Concorso di scrittura

“Laudato Si’: L’arte delle parole per celebrare la bellezza”

In occasione degli 800 anni dallla composizione del ‘Cantico delle creature’ di San Francesco d’Assisi, l’Associazione Pratoveteri e l’EcoMuseo del Casentino, presentano il concorso di scrittura “Laudato Si’: L’arte delle parole per celebrare la bellezza”.

L’obiettivo è celebrare la bellezza del creato e la gratitudine per ogni essere vivente, ispirandosi ai valori francescani della cura della natura e della fraternità universale. Il concorso è aperto a tutti e si articola in tre categorie:

  • Poesia
  • Racconto breve
  • Scrittura teatrale

Scadenza invio opere: 15 giugno 2025 

Premiazione: 28 settembre 2025, ore 18.00, presso La.B. – ex Lanificio Berti, Pratovecchio (AR)

Premi: I vincitori riceveranno Box Set di libri di Aboca Edizioni, con premi differenziati per ogni categoria.

Per partecipare, inviare il proprio elaborato all’indirizzo: ecomuseo@casentino.toscana.it

Questi i vincitori della I edizione del concorso di Letteratura di Naturalmente Pianoforte

Clicca sul nome per leggere l’elaborato

Categoria Poesia:
Categoria Racconto Breve:
Menzioni Speciali:

Giovanni Bracco

A Sud

Sopita è l’ora indocile.
Case interrotte, insegne che sbiadiscono,
le manifatturiere ammalorate
sul ciglio della Jonica. Lasciarle
sgretolare alle spalle,
guardare verso l’alto mare aperto
a Capo Spartivento, alleggerirsi,
sospingere i confini all’orizzonte
e farsi vela, piuma
alla carezza della brezza d’Africo.

Renata Pieroni

Piccola Storia D’Autunno

Sole lieve e ultime farfalle,
schiariscono ombre verdi di bosco.
Raccolgo i miei sogni.

Aria morbida,
la stagione cede al viaggio del tempo.
Progetto i miei ritorni.

Di melagrane
ridono i semi rossi,
cuore vivo d’autunno.

Danza di foglie sui ritmi del tempo,
malinconia lieve
di vita che sfuma.

Barbara Anna Gaiardoni

Haiku

sorella luna

e le stelle – di luce

anche la brina

Carla Malerba

Luce Irradiava Intorno

Nel sasso scabro
dove si incontra il cielo
nell’ombra
dove la siepe si fa scura
odi una voce
pare fruscio d’ali.
Nel silenzioso specchio
di verde natura
nell’alto mezzogiorno
tu figlio amato
tu figlio condiviso
intessevi il tuo tempo
di mute preghiere.

Luce irradiava intorno
mentre grazie rendevi
per quella famiglia
di sole, d’aria e vento
d’acqua di fuoco e stelle
né disdegnavi
di chiamar Morte sorella.
Tu figlio amato
tu figlio condiviso
qui celebravi
il disegno Suo perfetto.

Stefania Ermini

Natura

Maestra in Cammino

Una traccia verso Santiago de Compostela

Introduzione
Cammino per camminare.
A volte con la tenda, un fornellino e un sacco a pelo.
Cammino perché così la Vita è libera e semplice.
Mangio quando ho fame, bevo quando ho sete e mi fermo quando sono stanca.
Senza programmi, nel flusso continuo della Vita, perché sento che Dio si muove e cammina a piedi.
Camminando tocco la Natura che mi guarisce, passo dopo passo.
Cammino per incontrare le persone e comprendere umilmente che ancora devo e posso imparare da tutti. Incontri e Vite.
Il Cammino è un incontro con la Natura e l’Umanità che mi sorprende.
Sono sempre fuori traccia perché così creo nuove traiettorie. Questi sono brevi appunti di incontri in Natura durante il mio Cammino verso Santiago de Compostela. Natura Maestra come ci ha insegnato San Francesco nel Cantico delle Creature.
Questo cammino ha la Natura Maestra che in ogni tappa segna e legge la mia intimità.

Labrouge – Acqua
Sono partita presto sentendo il risveglio di Porto. Un caffè, pane e marmellata sulla cornice di una fontana, mentre passano le spazzole della pulitrice e i barattoli di vetro si svuotano sul pane.
Riparto con l’Acqua, l’Oceano in potenza e la pedana di legno a correggere i miei passi.
Buen Camino. Bella l’Umanità. Un saluto dolce del pellegrino che sogna Santiago de Compostela. Buon Camino con gli occhi aggrappati ai piedi a misurare i chilometri e il peso dello zaino.
L’acqua che muove i passi in questo tratto di Cammino mi invita a sognare, ad avere una visione, occhi larghi sul futuro. Sognare e realizzare avendo fiducia nella Vita. Così fa l’Acqua, segue, si muove nel continuo divenire.
Buen Camino, come l’Acqua.
Nel cammino la libertà ha occhi lucidi, il cuore in pienezza, i capelli spettinati e i piedi nudi.

Aguacera – Terra
Alle alle 6:30 il dormitorio è un susseguirsi di cerniere; zaini chiusi, sacchi a pelo riposti. L’Acqua scorre, l’odore del caffè invade gli spazi dell’Auberge. Ognuno prende la via.
Scelgo i campi di granturco con un po’ di fango, le dune di sabbia. Scelgo la Terra. Questa mattina mi dirigo lontano dall’oceano, lascio l’acqua e mi immergo nelle radici, sulla via degli Azulejos. Volti, preghiere. Piccole pietre lucidate dal cobalto, il verde e l’oro. Il blu domina sul bianco laddove si racconta la storia di un paese, la devozione, la creatività.
Così come la Terra racconta la storia di questo mondo, le radici sono la mia storia. Radici sacre, Terra umile. Origini di coltivatori di terra e benedizioni di frutti. Le mie radici mi sostengono in questo cammino. Da dove vengo?
Oggi ho i piedi radicati in questa terra, nella mia storia, anima di zolle povere e piedi volanti.
Oggi è tempo di scambi tra pellegrini. Piccoli passaggi di cuore e di parola. Ci incontriamo ancora durante i chilometri segnati dalla proprie storie, appoggiati sui propri passi e Benedetti da questa Terra che ci sostiene. Ci incontriamo ancora la sera, quando la Terra resiste alla notte prima di lavare i nostri vestiti diritti e trasudati.

Castelo de Nevia – Vento
Il pellegrino è Takeaway. Non può rilassarsi. Cammina. Cammina, cammina ancora. Alle 5:30 è già pronto. Caffè Takeaway, biscotto Takeaway, zaino Takeaway. E via andare. Ma andare dove? Il cammino è il viaggio di suoni, di odori, di spazi. Ognuno vede con la propria percezione. Misura i chilometri diversamente dal compagno, incontra persone diverse da un altro pellegrino, traccia traiettorie e vie che solo lui riconosce, veloce come il Vento.
Stesso luogo, stesso cammino, esperienze diverse.
Ho preso quattro caffè Takeaway, oggi.
I presidiatori dei bar preparano il bicchiere Takeaway scorgendo il pellegrino in lontananza. Vado col Takeaway, continuo a camminare.
C’è Vento.
Passo dalla costa, cavalco le colline, sosto in qualche paese. Ancora Vento. E poi ancora l’oceano. Un pranzo Takeaway: banane, yogurt e pane. E riparto per il cammino della costa che taglia tra paesi in Festa.
È giovedì, si fa festa.
Si festeggia tutti i santi, incoronati di fiori che processano per le strade.
C’è Vento oggi. Raccolgo mele, fichi e more. E anche questa merenda è Takeaway.
Sono le 16 e cammino dalle sei di questa mattina in Takeaway. Rido e sono stanca.
E quando tutto sembra già visto il Vento apre una foresta di eucalipti che spostati dal vento suonano fra cascate e riposo. Mi fermo su un sasso, un attimo.
Non ho tempo di Takeaway. Il Vento mi arresta e sfiora lieve portando una piccola stella che contemplo. La Bellezza portata dal Vento.
Sono quasi arrivata lì, dove la diversità del viaggio si unisce al Tutto e ad ogni pellegrino. Perché la Bellezza della Natura ha solo un occhio, quello della Verità .

Carreco – Sole
Sono stanca.
Stamani il dormitorio alle cinque albeggia. Una corsa a bollire il caffè, gettare l’avena nel kefir, incerottare i piedi.
Pronta.
E’ una giornata pesante.
Peso lo zaino, la mente, pese le scarpe.
Anche l’acqua è pesante.
Il Sole risplende. L’ho visto arrivare con forza stamani e mi seguirà irradiando di Luce.
Sbaglio traccia tre volte.
Dall’oceano alla pineta, poi l’asfalto, i rovi, le canne di bambù. Mi perdo. Non trovo la via.
Lancio le scarpe in aria e cammino nell’acqua mentre lo zaino affonda il mio corpo nella sabbia. Non ce la faccio.
Ritorno sulla strada.
Poi, finalmente, una freccia gialla, Viana do Castelo è troppo rumore.
Passo lungo e Sole alto. Non ho riposo.
Cerco con il cuore uno spazio di quiete. Lo trovo seguendo la linea lungo le dune sotto a un mulino.
Dono lo zaino all’aria e mi getto sulla sabbia e pace.
Tiro il Sole a me. Sono grata e stanca. Lui è lì. MI invita a stare con quello che c’è. Perché il Sole è presenza costante, incessante, forte.
Mi lascio andare alla sua forza potente, lascio andare i confini. Resto salda ai miei limiti che trasformerò perché tutto quello che era in questo cammino non è più.
Mi do il tempo e lo spazio. Sono 32 km oggi. Arrivo a Carreco in salita, pesante come sono partita. Ci sono i cavalli all’entrata dell’Auberge bucolico, lento e leggero.
Mi lavo la pesantezza con una saponetta di plastica al mirtillo agganciata al market di Fernanda. Infilo il filo nelle vesciche, faccio uscire l’acqua, massaggio il mio corpo arso dal Sole inclemente e maestro.
I piedi chiedono erba.
Cammino intorno all’Auberge aspettando la cena e il sonno.
Santiago oggi è lontana.

Pontevedra- Luna e stelle
Sono in cammino dalle 5.00.
Pianto la luce frontale in testa, inforco lo zaino e vado.
La tappa oggi è lunga, ho aggiunto chilometri per andare fuori traccia e camminare in silenzio. La notte mi accompagna, la luna e le stelle sono distese sul cielo; nessuno scambio col sole, ancora. La frontale illumina questo ponte di sasso che indurisce i passi.
Respiro, è ancora buio e la luna è un filo crescente, forse. Spengo la frontale mentre strappo in salita verso una piccola montagna. Troppo esile la luna, impalpabile e gentile. Mi fido di lei, lascio a lei la traccia sul sentiero poiché riesco a vedere un passo dopo l’altro. Procedo lenta e incedo sicura.
Mi fido anche se la Luce è lieve.
Fidarsi. La luna mi orienta a un insegnamento: chiudere gli occhi e andare. Attendere, potente e flebile luce che si staglia sul mio cammino. La luce arrampica su una roccia, poi su un albero e lentamente, con dolcezza il cammino si fa profondo. Li mi porta la luna. In profondità.
La luna mi insegna la semina che lancia i suoi frutti a tempo, mentre il mio ritmo è veloce, instabile e inarrestabile. Tutto subito.
Ma la Luna lieve stamani mi racconta il respiro della vita, una sospensione tra l’azione e il frutto dell’azione. Profonda questa Luna che tarda lo scambio con il sole mentre coccola i miei intimi ostacoli. In silenzio incontro un pellegrino che saluto con un cenno di bocca, inforco il sentiero del bosco. È sempre notte e anche un po’ mattina. Un tempo indefinito, com’è il cammino.
Sento le voci distanti, la musica del bosco, il canto di uccelli senza interruzione. La borraccia dondola e i calzini umidi agganciati al moschettone attendono il sorgere del sole per asciugarsi. Ancora il sole tarda e tutto rimane sospeso. Ci vuole tempo per maturare e in questo silenzio resto in movimento, respiro e attendo.
Non mi fermo, oggi. Posso camminare con fiducia secondo il tempo della luna che ora fa un sospiro, ritira le stelle e lascia spazio al giorno.

Santiago de Compostela – Fuoco
Mancano pochi chilometri a Santiago de Compostela.
Faccio un breve passaggio con i cavalli che camminano al mio fianco.
Testa bassa, zaino pesante e passi leggeri. Sono emozionata. L’arrivo di un cammino è sempre una porta che si apre a nuovi sogni. Ma questo è l’arrivo a Santiago de Compostela. Dentro questo arrivo c’è la realizzazione di un cammino in solitaria, l’intima conoscenza di nuove fragilità.
Cammino a testa bassa, mentre prego sul cuore laddove risiede il Fuoco.
Mancano pochi chilometri e mentre alzo lo sguardo intravedo a distanza le guglie della Cattedrale. Piango, mi commuovo. Brucio di commozione come quel Fuoco che arde dentro al mio Cuore e che mi da la direzione della Vita, mi fa compiere scelte coraggiose mentre ho paura. Le lacrime restano con me fino all’arrivo in Cattedrale. Mi distendo sullo zaino e ringrazio. Di essere, di essere arrivata, di essere trasformata dalla Natura che mi ha guarito passo dopo passo.
La cattedrale è un giro di Fuoco. Candele accese, ceri, cuori uniti. Resto a Santiago de Compostela per altri tre giorni, con gli stessi gesti e silenzio e Fuoco.

Odora di antico
l’intreccio di un Fuoco sottile
che passa da cuore a cuore.
L’ho visto giocare in un tempo andato
Tenuto, tirato
È d’oro, il Fuoco e passa da cuore a cuore
Bagnato dal pianto
traccia di canti a più voci
e ruote di gambe che corrono nel Fuoco
che passa da cuore a cuore, ancora
Il Fuoco è benedetto da luci sparse e resta
Saldo, nutrito, amato.

Vincenza Seggi

Incanto

Forse il desiderio di luce, di questa luce che ora invade tutto il lungomare. Doveva essere stato questo che l’aveva spinta a tornare per ritrovare ancora una volta un cielo più grande che all’orizzonte va perdendosi in una vaga linea azzurrina del mare. Alla riva, placide onde biancastre si rompono sui sassi dai riflessi verdastri ammassati sul fondo.
Il pomeriggio è ancora lungo e la luce brillante di questo sole ridisegna la memoria di molti anni prima riportandola indietro negli anni, mentre il profilo delle case si fa ombra scura lungo la strada.
Seduta su una panchina respira la leggera brezza che le accarezza il viso: poco lontano si erge alta e maestosa la facciata di una Chiesa invasa da erbacce che spuntano dalle volute barocche dei decori architettonici.
Pochi passanti scattano fotografie, sostano un poco appoggiati alla balaustra che costeggia la riva, poi, a passi lenti si allontanano.
Ora non c’è nessuna fretta e rimane così, ferma, sotto questo cielo immoto, senza nuvole, specchio della nostalgia che, come una inaspettata carezza, le sfiora il cuore.
Da un balcone scendono a cascata fiori di gelsomino, piccoli, bianchi, immersi nelle foglie verdi. L’odore intenso dei fiori le arriva a folate portato dal vento e ripensa a un giardino con lo stesso profumo teatro di giochi infantili spensierati.
Ma cosa ci vai a fare? Le avevano detto. Ormai non c’è più nessuno, cosa cerchi? Sono tutti morti o andati via chissà dove, perché dunque un viaggio così lungo per niente? Non aveva risposto che vaghe intenzioni, non sapeva neppure lei bene perché doveva tornare, ma sapeva, sentiva di doverlo fare.
Ha portato con sé un bagaglio leggero, solo pochi giorni, nessuna prospettiva, solo l’intenzione di girovagare per strade, piazze, quartieri fino a qui, a questo cielo aperto sul mare dove tutto è cominciato nei colori di una lontana estate.
Ora sa che in qualche modo non si è mai allontanata da qui, da questa calma azzurra dell’aria che le concede un nuovo respiro.
E non contano gli anni passati altrove, in luoghi dove la vita corre più in fretta, dove ogni giorno muore nel silenzio dell’anima. Non contano più, sono ormai capitoli chiusi, non hanno più peso.
Ora è qui che sente di vivere davvero, dinanzi a questo panorama azzurro che le si apre dinanzi mostrandosi nel suo vivo splendore. Ora sa, riconosce questo orizzonte a cui vorrebbe tendere le braccia e le sembra di comprendere meglio perché è tornata.
Lei, che si è costruita pezzo a pezzo con serietà, rigore, algida efficienza senza mai permettersi sentimentalismi, lei che ha preferito un lavoro duro e ostinato alle sue vanità di donna, lei così riservata e poco incline a confidenze intime, lei che nascondeva il disagio di sentirsi diversa sempre, ora ha come un cedimento, una irresistibile sensazione di languore, come se il suo animo si liberasse da catene troppo strette e lasciasse spazio ad un inevitabile rilassamento di tutto il suo essere. In fondo sa che questo paesaggio le appartiene. Di più: è lei stessa a farne parte e non se ne distaccherà perché finalmente qui si sente completamente viva e presente.
Qui, un tempo, tornava tutte le estati, qui è cresciuta in mezzo a famiglie piene di bambini, a pranzi interminabili con i parenti e i tanti cugini, compagni di giochi sulla sabbia quando andare al mare era ancora un’avventura.
Qui si è innamorata per la prima volta, ha vissuto i primi turbamenti imparando a guardarsi allo specchio in modo diverso per poi farsi donna e vivere altre estati lontano da questi luoghi.
Qui ha imparato a nuotare con un timore che non l’ha mai lasciata del tutto. La vastità del mare le ha sempre fatto avvertire una sensazione di sgomento anche se non ne ha mai cancellato l’attrazione e il fascino.
In realtà è una nuotatrice mediocre, ma può rimanere immobile e incantata per lungo tempo a guardare il mare dalla riva senza stancarsi della meraviglia che ne riceve.
I riflessi del sole sulle onde e le diverse tonalità di azzurro hanno la capacità di darle una sensazione di benessere, di tranquilla meraviglia che non si stanca mai di assaporare.
Forse è qui che ha imparato cosa sia la bellezza, quella che avvolge lo sguardo e alleggerisce l’anima facendola vibrare di intimo stupore dinanzi al respiro del mare, sotto un cielo invaso da luce bianca.
Si accorge che, in fondo, ha sempre inseguito la bellezza ricercandola in ogni dove come una compagna consolatrice.
Nei suoi calendari di viaggio, le tappe fondamentali erano i Musei, le cattedrali, i monumenti dove potersi meravigliare dinanzi ai capolavori di Artisti d’ogni epoca. Sostare dinanzi ad un quadro o ad una scultura, un palazzo o un giardino era più importante di tutto il resto anche se questo l’allontanava da comitive chiassose o distratte da altre attrattive per lei superflue. Ma anche nella vita di tutti i giorni o nella noia della routine, ha continuato a ricercare conforto nella sorpresa di un buon film o la lettura di un nuovo libro. La bellezza dell’Arte e, per meglio dire, di tutte le manifestazioni artistiche, le hanno dato un sostegno, un’ancora a cui aggrapparsi, un modo per evadere con i pensieri, concedendole di non sprofondare nell’inevitabile affanno del vivere quotidiano.
E ne ha viste di bellezze artistiche senza escluderne nessuna, antica o moderna che fosse includendo le curiosità delle Arti cosiddette minori di cui ammirava l’ingegnosità spesso anonima, ma altrettanto ricca di inventiva.
Ogni occasione è stata buona per incontrare l’opera di qualche artista, un monumento nascosto o meno noto, una costruzione architettonica o un’ardita esposizione.
A volte ha intrapreso anche viaggi con l’unico fine di visitare, conoscere e avvicinare opere artistiche: non è l’unica; molte persone si spostano per quello che ormai chiamano turismo culturale. Lo sa anche lei, ma non le importa e, anche in questa occasione, ha già in programma la visita al museo cittadino.

Così le viene da pensare, come altre volte, che l’Arte umana è quasi sempre, il tentativo di imitare, riprodurre interpretare la bellezza del creato. Questo panorama che osserva dalla sua panchina, è magnifico eppure semplice: è quasi tutto mare e cielo. Non c’è molto altro, eppure risplende di bellezza assoluta. Probabilmente un buon pittore saprebbe riprodurlo in una tela, forse riuscirebbe anche a restituire l’armonia di questo paesaggio, ma la verità è che, diversamente da qualunque altra produzione artistica, l’incanto della natura, nella sua nudità, le procura un’emozione più vera, in sintonia con il senso profondo dell’esistenza come una proiezione di sé in una dimensione ampia, libera e vibrante.
Forse è per questo che prova gratitudine per essere qui, dinanzi a questo mare luminoso, alla quiete del giorno, come avesse ricevuto un regalo, un balsamo per l’anima che nulla chiede, ma rassicura e concede pace.
Un gabbiano vola alto sopra la sua testa disegnando giravolte nell’aria dorata del sole senza fare rumore: si avverte soltanto il placido andirivieni delle onde che si fa respiro in questo tempo sospeso e finalmente capisce davvero il motivo del suo ritorno. Rivedere questi luoghi è acquietare il desiderio di riprendersi qualcosa di sé prima che tutto si perda avvolto nelle nebbie scure del tempo. E’ godere ancora una volta della bellezza di questa terra antica affacciata sul mare dove è possibile avvertire la gioia serena dell’esistenza misurata da un quieto respiro.
Lentamente si alza dalla panchina e nell’avviarsi verso la strada che l’allontana dal mare, le viene naturale fermarsi un istante per voltarsi indietro quasi a salutare questo angolo di mondo e promettere a se stessa di non dimenticare.
E’ sola nella luce che l’avvolge e un lieve sorriso le rasserena il viso.

Silvia Boschi

La Voce Del Creato

Gioele aprì gli occhi a fatica, sembravano appiccicati con la colla, era sudato ed aveva la bocca impastata. L’auto era invasa dalla luce del mattino, il sole era già abbastanza alto, quindi pensò che, all’incirca, dovessero essere più o meno le 9:00. Prese in mano il cellulare e vide che erano le ore 8:40 di mercoledì 16 marzo 2022. Ripeté la data e l’ora a voce alta, quasi volesse convincersi di dov’era e di che giorno fosse. “oggi è mercoledì 16 marzo 2022 ed io sto da schifo…”. Nell’auto c’erano: il suo giubbotto, altri indumenti sparsi, il plaid con cui si era coperto per dormire, briciole ovunque del panino che aveva mangiato la sera prima, una lattina di birra vuota. Una parte del contenuto della lattina doveva essere caduto a terra perché nell’abitacolo si sentiva odore di alcol, misto a sudore, misto a dolore, misto a solitudine. La sua solitudine.
Era la quarta sera che Gioele dormiva in macchina, se n’era infatti andato da casa qualche giorno prima, alla moglie aveva detto che non potevano continuare così, che doveva allontanarsi, che aveva bisogno di stare da solo; non le aveva detto altro, né dove andasse né, se e quando, sarebbe tornato… In fondo non le aveva mentito perché a queste domande non aveva risposte neppure da dare a se stesso, figuriamoci a lei. Sandra lo aveva guardato sgomenta, affranta ma anche rassegnata. Era stanca, era maledettamente stanca di vedere che qualsiasi tentativo di aiutarlo a venir fuori dall’abisso in cui era caduto si era rivelato del tutto inutile. Inoltre anche lei doveva affrontare il suo dolore, era come farsi attraversare da una lama affilata e uscirne ancora viva. Lo aveva semplicemente salutato con: “cerca di avere cura di te, sai dove trovarmi, io sono qui”.
A Gioele e Sandra era caduto il mondo addosso, erano stati colpiti dal più assurdo, potente ed ingiusto dolore che un essere umano possa provare, così ripeteva spesso Sandra: avevano perso un figlio. Avevano perso Mattia, il loro adorato figlio di 22 anni che se n’era andato un anno e tre mesi prima. Una sera era uscito per andare a trovare in moto la sua ragazza; causa lockdown da Covid 19 negli ultimi periodi si erano visti meno e quindi era felice di passare la serata da lei. “Torno a dormire a casa perché Martina domani ha un esame all’Università e deve svegliarsi presto; ci vediamo dopo, bacio ad entrambi e mi raccomando non ronfate troppo su quel divano”. Queste erano state le ultime parole che Mattia aveva detto loro. Quante volte nell’ultimo anno Sandra se le era ripetute…
Mattia a casa non ci era più tornato e loro su quel divano non avevano dormito….15 minuti dopo che era uscito una chiamata di un vigile li aveva avvertiti che il loro figlio aveva avuto un incidente con la moto, nello specifico la moto era sbandata e lui cadendo aveva battuto la testa sul palo della luce, il casco si era slacciato; non c’era stato niente da fare…
Quella serata, il funerale, i primi giorni senza Mattia erano stati vissuti come in una bolla; avevano fatto tutto quel che c’era da fare e sembravano anestetizzati; il funerale, i parenti, gli amici di Mattia, la sua ragazza, i colleghi dell’ufficio in cui il figlio lavorava come impiegato….
Dopo una settimana dall’incidente di Mattia, dalla sua scomparsa, la vita per le persone che avevano fatto cerchio intorno a loro era ripresa; per loro invece no, per loro era cominciato un abisso. L’abisso di una casa vuota, di una camera piena di oggetti e ricordi di un figlio che non sarebbe rientrato, di un posto a tavola vacante, di un armadio pieno di tutto e di niente. I primi mesi li avevano passati a piangere, a chiedersi il perché, a trovare motivazioni che non esistevano. Si erano sentiti prima vicini e poi lontani; avevano ripreso ognuno il proprio lavoro: Sandra come impiegata in un ufficio postale, Gioele come muratore.
Sandra si era avvicinata alla parrocchia, su consiglio di un’amica che faceva la catechista, ed aveva iniziato a pregare, anzi ricominciato a pregare, visto che negli anni si era un po’ allontanata dalla Chiesa. In parrocchia c’era un gruppo di autoaiuto: “Ricominciare”, rivolto a persone che avevano un lutto da elaborare e Sandra aveva iniziato a frequentarlo. Ovviamente ne aveva parlato col marito, cercando di convincerlo ad andare con lei ma aveva ottenuto un netto rifiuto.
Gioele si era pian piano chiuso nel silenzio, un silenzio che era diventato impenetrabile anche per lei. Tornava a casa la sera, cenava guardando il piatto e poi si annientava sul divano, non gli importava più di niente, neppure delle partite di calcio che sempre aveva seguito, non le chiedeva del lavoro; se lei gli domandava del suo, a stento rispondeva. Anzi Sandra aveva capito che anche lì c’erano dei problemi, che era distratto, che il responsabile della ditta per cui Gioele lavorava da tanti anni era stato molto comprensivo ma, la distrazione e le ripetute assenze che il marito aveva fatto, stavano diventando un problema…
Gioele, dal canto suo, pensava solo che lui era vivo, lui era vivo ma suo figlio era morto e questo lo faceva sentire in colpa, lo annientava. A volte gli era balenata l’idea di seguirlo, di farla finita ma poi desisteva per Sandra. Vedeva che lei stava cercando di reagire, di trovare un senso, ma lui non ne era capace. Lui un senso nell’aver perso il loro unico figlio non riusciva a trovarlo, come del resto non riusciva a trovare un motivo valido per andare avanti. Non voleva distruggere anche lei quindi, magari egoisticamente, aveva iniziato a maturare l’idea di andare via da casa, una casa dove tutto gli ricordava Mattia ma dove Mattia non c’era più.
Eccolo quindi da quattro giorni in macchina, perché non aveva avuto né la voglia né l’energia di trovarsi una sistemazione. Non voleva disturbare altre persone, non voleva invadere la vita di nessuno, non voleva pesare sugli altri. Aveva chiesto al lavoro un’aspettativa non retribuita per 6 mesi e il capo gliela aveva accordata, un po’ per compassione, un po’ perché sapeva che Gioele era un brav’uomo, un po’ perché si sentiva sollevato, dal momento che era consapevole che Gioele non c’era con la testa e la distrazione in un lavoro come quello di muratore era decisamente pericolosa.
Gioele mise in moto l’auto per andare verso la stazione, per darsi una lavata ai bagni pubblici e incontrò all’ingresso il solito barbone che gli chiedeva qualche spicciolo per fare colazione. Realizzò che, a breve, avrebbe potuto esserci lui al solito posto. Forse questa constatazione, forse l’acqua fredda con cui si lavò il viso, forse entrambe, ma fu, in quel preciso momento, che prese la decisione di chiamare Guido, un suo collega e amico che una volta gli aveva parlato di un piccolo rudere di famiglia che aveva in Casentino, ereditato da uno zio senza figli, un tipo particolare che ci aveva vissuto da solo per tanti anni. Gli aveva detto che il posto era bello, in aperta campagna e vicino ad un piccolo borgo, che aveva voglia di restaurarlo ma non trovava il tempo ed i soldi per farlo…
“Pronto Guido, sono Gioele sì, ci siamo salutati più o meno una settimana fa e non ti ho detto niente quindi troverai molto strana la mia richiesta, ma credimi è strano anche per me fartela”…
Gioele, dove sei? Cosa stai facendo? – gli chiese Guido – Qui al cantiere siamo tutti preoccupati per te, il quartiere è piccolo, quindi sappiamo che non sei più a casa…Gioele, siamo in ansia per te, sei una brava persona ma non ci sei con la testa in questo momento…”
“Guido io sto male, sto molto male e mi rendo conto di essere su un baratro, ho bisogno di allontanarmi da tutto e tutti e ho bisogno del tuo aiuto. Ricordo che una volta mi parlasti di un piccolo rudere, una casetta in Casentino che ti ha lasciato in eredità un tuo zio….mi chiedevo, sì Guido, mi chiedevo se potessi prestarmela, o meglio se ci potessi andare a stare per un po’. Mi hai detto che è un posto bello ma sperduto in aperta campagna, che ci sono dei lavori da fare; magari se vuoi posso sistemare qualcosa, questo sarebbe il mio modo per sdebitarmi con te… Ti sarei infinitamente grato. Ho bisogno di stare da solo per un po’….”
“Gioele è veramente sperduta, non ci abita nessuno da quasi 8 anni, noi l’ultima volta ci siamo stati 3 anni fa; non so neppure in che condizioni sia, diciamo sempre di andarci, di sistemarla ma poi tra una cosa e l’altra non c’è mai tempo”
“Guido non mi importa in che condizioni è, sicuramente non peggiori di quelle in cui io mi trovo io in questo momento, ti chiedo davvero aiuto, non so dove sbattere la testa, sono 4 notti che dormo in macchina, potrei permettermi una stanza d’albergo ma non ho voglia di avere a che fare con nessuno; come sai ho preso 6 mesi di aspettativa, ho bisogno di allontanarmi”.
“Va bene, ho capito, passa a prendere le chiavi stasera, così ti spiego anche come funziona col gas e l’acqua, a proposito non ci sono i termosifoni, c’è solo il caminetto ed una stufa a pellet…
Gioele subito dopo chiamò Sandra, le spiegò la situazione riferendole la proposta che aveva fatto a Guido, le disse che nel pomeriggio sarebbe passato da casa a prendere un po’ di vestiti….
“Non ci sarò a quell’ora Gioele, vado in parrocchia, abbiamo il gruppo e poi non me la sento di vederti andare via, anch’io ho i miei limiti, anch’io ho i miei dolori, ti ripeto quello che ti ho detto qualche giorno fa: abbi cura di te….
Alle 15:00 Gioele passò da casa sua, mise in un borsone a casaccio un po’ di vestiti, di scarpe e di biancheria intima, un paio di lenzuola, degli asciugamani, afferrò la foto di Mattia che aveva sul suo comodino; prese la cassetta dei suoi attrezzi e uscì di fretta; si sentì un ladro in casa sua. Si diresse quindi a casa di Guido dove lui lo stava aspettando con le chiavi, con le spiegazioni basilari e con un abbraccio amichevole.
“Grazie amico mio, ti faccio sapere appena sono arrivato. Ti ringrazio per la disponibilità.
“Abbi cura di te Gioele”, gli disse Guido.
“Le stesse parole che mi ha detto Sandra”, pensò Gioele in macchina. “Non so se riuscirò a prendermi cura di me, sicuramente in questo momento non sono in grado di prendermi cura di nessun altro. Sono disperato e dispiaciuto. Mi dispiace per Sandra ma non riesco, non riesco a capire come faccia ad uscire, a vedere altre persone, io non ho voglia di niente e di nessuno, vorrei solo rivedere mio figlio, abbracciarlo, guardare di nuovo una partita con lui ma questo non è possibile”
Stava parlando ad alta voce, gli accadeva spesso ultimamente…
Era partito da Firenze da circa un’ora ed un quarto quando arrivò a destinazione. Si era fermato alla Consuma a prendere della schiacciata, avrebbe cenato con quella, non aveva voglia di cucinare e poi in casa ovviamente non c’era niente.
La casa a cui arrivò era in pietra, circondata da erba alta, il portone in legno fece fatica ad aprirsi con le chiavi che gli aveva dato Guido; una volta entrato si diresse al quadro della corrente, accese la luce e finalmente si guardò intorno. Era entrato in un ambiente unico, una grande cucina con un bel tavolo in legno con 6 sedie, un acquaio in pietra, non c’era il divano, solo una sedia a dondolo vicino al camino ed una piccola libreria. Il camino era molto grande, tipico toscano, con due panche ai lati. C’erano poi delle ripide scale in legno che portavano al piano di sopra, dove c’era una camera matrimoniale ed una molto piccola che evidentemente era stata trasformata in studio dallo zio di Guido. Sulla scrivania c’erano ancora diversi fogli. Accanto alla camera matrimoniale c’era un bagno con la vasca. Tutto sembrava sospeso, in un tempo fermo e dilatato al contempo. C’erano polvere e ragnatele ovunque, che, almeno per quella sera, gli avrebbero tenuto compagnia. Nella camera c’era un armadio con lenzuola, coperte e biancheria per la casa. Non c’era altro, i vestiti evidentemente erano stati tolti. Gioele tornò in cucina, mangiò la schiacciata, portò al piano superiore il suo borsone, mise le lenzuola pulite sul letto, si spogliò e si infilò dentro. Era esausto e crollò velocemente in un sonno pesante e senza sogni.
Si svegliò con un coro di uccellini e gli ci vollero alcuni minuti per realizzare dove si trovasse. Aprì la finestra di camera e gli apparve un panorama meraviglioso che non aveva notato la sera prima: la cima del Pratomagno si distingueva, intorno montagne, dolci colline, un cielo terso e piccoli borghi. Pensò che era bellissimo. Guido aveva ragione quando gli aveva detto che era un gran bel posto.
Aveva voglia e bisogno di un caffè ma in casa non c’era niente; lo aspettava una lunga giornata ma il caffè era fondamentale. Si lavò velocemente il viso con l’acqua fredda perché la sera precedente si era dimenticato di accendere lo scaldabagno, si vestì e in fretta si diresse al primo bar.
In 5 minuti d’auto raggiunse il bar ed entrò. Era vuoto perché era ancora presto; oltre lui c’era solamente un signore anziano con un cappello, un volto rugoso ed abbronzato su cui spiccavano due piccoli occhi azzurri ed un mozzicone di sigaro tra le labbra….
“Buongiorno, mi fa un caffè per favore” – “Certamente, poi guardi che ci sono i cornetti caldi, mi sono appena arrivati”, disse il barista. “Volentieri, me ne dia uno con la marmellata di more”….
“Ma è lei quello che ieri sera è arrivato alla casa del “poeta”? Gioele si voltò e vide che aveva parlato il signore col cappello…..”Mi scusi, sta parlando con me?”
“E con chi sennò, siamo solo noi due qui in questo momento!” Le modalità erano indubbiamente discutibili ma il viso era aperto e Gioele rispose correttamente: “io sono arrivato ieri sera ma non so chi sia il poeta”.
“Il poeta era un mio amico, ha abitato nella casetta in pietra dove adesso mi hanno detto che è arrivato lei, quella casetta era un gioiello quando c’era lui; adesso c’è solo un grande erbaio, non capisco perché il nipote l’abbia lasciata andare così. Il poeta, era conosciuto in paese perché amava leggere e scrivere brevi versi in rima, si diceva in giro che parlasse con gli animali come San Francesco, spesso quando le persone gli chiedevano come facesse a stare da solo in un posto così isolato, lui rispondeva: “Da solo? Io non sono affatto solo, io sono in compagnia del creato, sono sposato con le meraviglie del creato”. Quando andavo a fargli visita gli dicevo spesso che, secondo me, solo un poeta, un pazzo o un disperato sta bene da solo…. Lei a quale di queste definizioni si sente più vicino?
Gioele lo aveva ascoltato con attenzione ma non era troppo in vena di fare conversazione, quindi lo liquidò con un semplice: “Non lo so, forse sono qui per scoprilo. Adesso vi auguro una buona giornata, devo proprio andare”…
Uscì e si diresse nel primo supermercato acquistando il necessario, oltre a prodotti per le pulizie di casa; aveva tanto da fare ma era contento di questo perché “fare” lo avrebbe distratto dal “pensare”.
Al rientro a casa iniziò a spalancare le finestre per rendersi meglio conto della situazione; la sera prima era così stanco che non aveva osservato il reale stato in cui la casa si trovasse: era indubbiamente necessario pulire a fondo tutto quanto; i muri erano macchiati di fuliggine di camino ma i pavimenti erano ancora buoni; le scale che portavano al piano superiore scrostate ma non danneggiate; il bagno probabilmente era la stanza messa peggio…c’erano diverse mattonelle del pavimento danneggiate ed i sanitari macchiati di giallo.
Fuori dalla casa c’era erba alta e quelle che dovevano essere state vasche in legno piene di fiori erano scrostate e piene di erbacce. La sera prima non aveva notato che dietro la casa c’era un piccolo capanno, chiuso a chiave con un lucchetto. Rientrò in casa e vicino al caminetto vide un mazzo di chiavi, immaginò che fossero quelle, ed in effetti aveva ragione. Dentro il capanno c’era diversa legna da ardere e tanti attrezzi da giardinaggio, c’erano ancora un paio di calosce, un posacenere, una tuta da lavoro; toccò quegli oggetti pensando che appartenevano ad una persona che non c’era più e che era vissuta in quegli ambienti. Un brivido gli percorse la schiena, lo stesso che avvertiva ogni volta che si aggirava per casa in cerca di Mattia.
Rientrò in casa e si mise a pulire; decise di cominciare dalla cucina, poiché voleva sistemare la spesa e poi sarebbe passato al resto. Per tutta la giornata spolverò, lavò, disinfettò, buttò via tutto ciò che di scaduto trovò nella dispensa; igienizzò il frigorifero e il piano cottura, lavò nell’acquaio in pietra mestoli, piatti, pentole, barattoli, utensili vari. La sera era sfinito ma soddisfatto. La cucina aveva un aspetto umano e decisamente più accogliente. Si preparò un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino e lo mangiò con gusto. Accese anche il caminetto che, dopo essere stato pulito, tirava decisamente bene. Dopo cena uscì fuori per accertarsi di aver chiuso il capanno e rimase ammutolito: sopra di lui un manto di stelle, il cielo scuro punteggiato da miriadi di puntini bianchi luminosi; distingueva chiaramente il grande carro ed il piccolo carro, ma non solo, poteva vedere anche la via lattea…. “Il poeta aveva ragione” – pensò – “è veramente un bellissimo spettacolo!”
Per la seconda sera crollò sfinito e dormì profondamente. Al mattino seguente fu nuovamente svegliato dagli uccellini e da qualcuno che stava grattando alla porta. Aprì e si trovò di fronte un gatto bianco e nero, magro e un po’ spelacchiato che miagolava con insistenza.
“Che c’è, cosa vuoi? Hai fame mi sembra”… A Gioele, piacevano gli animali, così come sarebbero piaciuti a Mattia ma non li avevano mai presi perché Sandra era allergica sia al pelo dei cani che dei gatti. Prese un piatto dalla dispensa e ci mise un po’ di latte, tagliuzzò del prosciutto cotto e lo mise di fronte al gatto che spolverò il tutto in pochi minuti.
“Accidenti che fame e che disperazione, mi sa che siamo uguali, amico mio”. Disperato lo era di sicuro ed in quel momento anche affamato. Si preparò un’abbondante colazione. Lo attendeva un’altra giornata di lavoro intenso, stavolta si sarebbe spostato al piano superiore.
Come la giornata precedente spolverò, lavò, tirò fuori dall’armadio lenzuola, asciugamani e coperte che nel pomeriggio avrebbe in parte lavato in lavatrice, in parte portato in lavanderia; scosse il materasso e decise che lo avrebbe portato fuori a prendere un po’ d’aria. Staccò le tende dalle finestre; avrebbe lavato anche quelle. Sentì che gli piaceva pulire a fondo, avvertiva un senso di pace e di ordine che da tempo non provava più. Era la stessa soddisfazione di quando finiva un lavoro in muratura. Alla fine della seconda giornata era soddisfatto come la prima. Stanco ma in pace. Chiamò Sandra. Le disse che stava bene, che si prendeva cura di se stesso come gli aveva chiesto lei ed invitò lei a fare altrettanto.
Nei giorni seguenti continuò la solita routine: cercò di sistemare tutto quello che aveva bisogno di una pulita e, dopo una settimana, la casa aveva decisamente un aspetto più presentabile, almeno dentro. Gli piaceva svegliarsi con gli uccellini, ammirare il tramonto la sera, usciva a vedere le stelle ed ormai Geppetto, così aveva chiamato il gatto, era un ospite fisso. Era solo ma non si sentiva solo. Chiamò Guido per ringraziarlo ancora una volta e per chiedergli il permesso di fare qualche lavoretto, qualora ne avesse visto la necessità.
“Gioele, sappiamo tutti in cantiere che sei il migliore, tu non sei solo un muratore, tu con le mani sei un artista, sai fare tutto, quindi hai carta bianca e se vedi che c’è qualcosa di rotto, io ti sarò infintamente grato se vorrai aggiustarlo.”
Quando la casa fu pulita, Gioele decise che era il momento di passare all’esterno. Ecco che tagliò l’erba, tolse le erbacce dalle vasche e si accorse che c’erano ancora tre piante di rose sopravvissute al degrado; vicino alla casa c’erano pure due peschi ed un ciliegio. Doveva essere stato davvero un giardino incantevole a suo tempo. C’era anche un pergolato rovinato.
Era intento a sistemare il fuori quando si sentì chiamare con un fischio. Si voltò e riconobbe il vecchio del primo giorno al bar….
“Magari sei un disperato o un pazzo ma sicuramente hai le mani d’oro. Questo posto non si riconosce, sei qui da pochi giorni ma sembra accaduto un miracolo”
“La ringrazio, in realtà c’è ancora moltissimo da fare, questo è solo l’inizio” – gli rispose Gioele.
“Macché la ringrazio, qui nessuno si dà del lei, io mi chiamo Pietro anche se tutti mi conoscono come il Moro, per via della mia pelle abbronzata, anzi cotta dal sole. Ho fatto il contadino per tutta la vita in una fattoria ad un chilometro da qui. Adesso non ho più la forza necessaria ma l’amore per la terra mi scorre nelle vene ed il mio viso è rimasto Moro come quando lavoravo nei campi”
“Moro, non ho granché ma un caffè te lo offro volentieri”. I due uomini entrarono in casa e, tra un caffè e qualche cantuccio, Gioele gli raccontò la sua storia, gli rivelò il motivo per cui si trovava lì. Gli raccontò del figlio, dell’incidente, delle notti in macchina, della moglie che aveva lasciato, della disperazione che sentiva.
“Ho pensato alle tue parole Moro, io sono qui perché sono disperato”. Lo disse con sincerità ma, in quel momento, forse con meno convinzione di una settimana prima.
Il vecchio lo aveva ascoltato senza proferire parola, sorseggiava il caffè, gli occhi azzurri attenti, due fanali in un volto abbronzato e rugoso di terra e di vita.
“So bene come ti senti amico mio, anch’io quando 5 anni fa ho perso la mia Adele, ho pensato che non sarei sopravvissuto. Eravamo sposati da 52 anni, ci siamo fidanzati da ragazzini, è stata la mia sola donna, il mio unico amore. Non siamo riusciti ad avere figli e siamo stati, oltre che marito e moglie, il figlio l’uno per l’altra. Lei si è presa cura di me ogni singolo giorno della nostra vita insieme; non sono mancati i momenti di difficoltà, la miseria negli anni dopo la guerra ma siamo sopravvissuti a tutto proprio perché ci siamo presi cura di ciò che avevamo costruito insieme. Proprio questa cura mi ha salvato la vita, amico mio. Lei si era presa cura di me, io di lei, non potevo lasciarmi andare. Quindi dopo la disperazione ho imparato a reagire ed adesso, per come posso e riesco, mi prendo cura della nostra casetta, del nostro piccolo giardino, delle poche galline che mi sono rimaste!”
“Abbi cura di te amico mio, se non vuoi morire dentro, oltre che fuori, abbi cura di te; nessuno potrà restituirti tuo figlio, hai ragione, ma solo se ti prendi cura di te potrai onorarne la memoria, lui avrebbe voluto questo per te, ne sono sicuro…”
Dopo che il Moro se ne fu andato, Gioele pensò che era la terza persona che gli ripeteva quelle parole, prima Sandra, poi Guido, adesso questo ruvido contadino. Lui non era quello che si può definire un credente ma disse che voleva provarci, che doveva provarci. “Non so se riesco a farlo Mattia, ma devo provarci”. Calde lacrime scorrevano sulle sue guance mentre teneva in mano la fotografia del figlio.
Dopo le pulizie Gioele cominciò ad osservare la casa con occhi più attenti “da muratore” e decise che voleva fare qualche lavoretto, sarebbe stato il suo modo per sdebitarsi con Guido. Comprò l’occorrente e iniziò a sistemare il caminetto, poi nei giorni seguenti scartò tutte le scale in legno che portavano al piano superiore. Verniciò le persiane, controllò il tetto sostituendo le tegole rovinate. Quotidianamente ormai passava il Moro a prendere il caffè con lui, non parlavano granché ma i gesti erano più significativi delle parole. Il vecchio gli passava gli attrezzi, spazzava quando c’era bisogno, gli teneva la scala.
Imbiancò la cucina e guardò soddisfatto il lavoro, non sembrava la stessa stanza di quando era entrato. Gioele aveva 54 anni ma ancora la forza e la resistenza fisica di un leone, lo sapevano bene i compagni del cantiere.
Se il dentro della casa stava cambiando, non era da meno il fuori; gli alberi da frutto erano stati potati; le vasche esterne riverniciate ospitavano nuove piante, le rose stavano riprendendo. Era passato circa un mese dall’arrivo di Gioele e le giornate si erano allungate, faceva meno freddo, non c’era più bisogno del caminetto e la natura intorno era un’esplosione di verde e di vita. Le foglie erano spuntate sugli alberi, nei prati crescevano fiori spontanei, l’erba era verde e rigogliosa, le spighe di grano più alte.
La sera Gioele si sedeva sulla sedia a dondolo, a volte ascoltava un po’ di radio, con maggiore frequenza aveva ricominciato a chiamare Sandra. Le telefonate si erano allungate: adesso si raccontavano cosa avevano fatto durante la giornata, lui le aveva raccontato del Moro, lei di alcuni problemi in ufficio, lui le chiedeva consiglio sulla lavatrice o su alcuni piatti da cucinare, lei era contenta di sentirlo di nuovo attento a qualcosa. C’era solo un argomento tabù: Mattia.
Gioele, dopo aver finito gran parte dei lavoretti necessari, pensò che si sentiva soddisfatto ma voleva fare un regalo a Guido, il suo regalo sarebbe stato rifare il bagno. Scelse mattonelle e sanitari che sapeva piacevano a lui, lavoravano insieme, conosceva i suoi gusti. Il Moro gli offrì casa sua per la doccia per tutto il tempo che il bagno sarebbe stato fuori uso e così fece. Cenarono insieme per una settimana, giocarono a carte, bevvero un vinsanto in veranda guardando insieme le stelle.
Gioele avvertiva che la natura stava entrando completamente nelle sue giornate: si fermava ad osservare il cielo più volte durante il giorno, faceva lunghe passeggiate, scoprì le foreste di Camaldoli, le dolci colline che circondavano la sua casetta che ormai aveva un aspetto decisamente più curato e molto gradevole. Quando anche il bagno fu terminato sentì che il dentro era a posto: tutto era stato sistemato, Guido non avrebbe riconosciuto il “rudere” come lo chiamava lui. Adesso voleva dedicarsi più all’esterno; sistemare il capanno ed il pergolato, farsi aiutare dal Moro per dare nuova vita al piccolo orto dietro casa. Maggio e giugno furono dedicati all’esterno. Nel frattempo in paese si era sparsa la voce delle sue mani d’oro e qualcuno aveva iniziato a chiamarlo per qualche lavoretto.
Le giornate di Gioele scorrevano tranquille. Si stava prendendo cura di sé. Una sera lo realizzò con grande chiarezza. Il pensiero di Mattia era costante ma riusciva adesso anche a ricordare qualcosa che avevano fatto insieme sorridendo.
Ogni tanto la sera leggeva qualche pagina dei libri che c’erano in libreria; molti erano libri di poesie, ecco il perché delle citazioni del “Poeta”; poesie d’amore, di dolore, poesie sulla natura, sulla vita. La vita è proprio questo – pensò Gioele -, un impasto di amore, dolore, sacrificio, soddisfazioni, in cui la natura ha davvero un grande ruolo. Fra tutte le letture restò colpito dal Cantico delle creature di San Francesco. Lo rilesse spesso durante le sue serate solitarie.
Erano passati quasi tre mesi da quando Gioele era arrivato, era giugno inoltrato e faceva caldo. Le vasche erano piene di gerani, Geppetto era diventato un bel micione grassoccio; i campi di grano sarebbero stati a breve tagliati e gli agriturismi dei paesi si stavano riempiendo di turisti. Gioele stava bene ma sentiva che doveva affrontare la sua vita vera, aveva ancora tre mesi prima della fine dell’aspettativa. Aveva ripreso il controllo di sé ma non sapeva se sarebbe stato in grado di riprendere la sua vecchia vita.
“Amico mio, non sai quanto sei fortunato, la vita è una ed è oggi, hai una moglie che, con pazienza e nonostante un dolore grande come il tuo, ti sta aspettando; hai un lavoro che ti piace e che puoi riprendere, sei un uomo ancora giovane, forte ed in gamba. Non lasciare che il dolore faccia un solco sul tuo cuore, mettici amore su quel solco, lascia che ce lo metta tua moglie. Tuo figlio vi vorrebbe ancora insieme. Invita tua moglie qua, falle vedere quello che sei riuscito a fare, falle vedere che ancora sei l’uomo su cui può contare e soprattutto abbi fiducia in te stesso. Ti sei preso cura di te, adesso prenditi cura di lei e della vostra vita.”
Ancora una volta furono le parole del Moro a farlo riflettere. La sera telefonando a Sandra, la invitò a raggiungerlo per il fine settimana. Era inizio luglio, Sandra aveva appena iniziato le sue ferie. Gli disse che sarebbe venuta con la valigia, la sua amica Cecilia l’aveva invitata a passare un po’ di tempo in montagna da loro.
“Va bene” – le disse Gioele – “vieni venerdì sera e domenica o lunedì, quando vuoi, ti accompagno alla stazione per andare da Cecilia”.
Gioele il venerdì pomeriggio si diresse verso la stazione emozionato; non vedeva sua moglie da tre mesi; si erano sentiti spesso per telefono ma non era la stessa cosa; non aveva più visto il suo viso, non sapeva se ricordava il suo odore; era tanto che non la abbracciava.
Quando la vide scendere dal treno con la valigia in mano, capì che era lei, era ancora lei la donna della sua vita, la sua compagna. Corse ad abbracciarla e lei si lasciò abbracciare forte. Si guardarono cercando ognuno nello sguardo dell’altro ciò che era accaduto nei lunghi mesi lontani, ciò che era stato di loro, delle loro vite.
Si diressero insieme verso la macchina ed in poco più di 20 minuti erano a casa. Sandra si trovò davanti a qualcosa che era l’esatto opposto di un rudere: una bellissima casetta in pietra, con un bel giardino curato, con i fiori multicolori nelle vasche in legno poste sul davanti. Gioele guardava la sua espressione incuriosito, sapeva di averla stupita. Entrarono insieme in casa ed anche lì era tutto in ordine, ogni mobile, ogni singolo oggetto si trovava al suo posto. Gioele le preparò un tè, tirò fuori i biscotti che aveva comprato sapendo che le piacevano. Si sedettero e si guardarono nuovamente a lungo.
“Hai fatto un lavoro magnifico, questo posto è un incanto dentro e fuori, oltre ad esserci un panorama stupendo. Quando arriverà Guido non lo riconoscerà; mi ha detto che gli hai raccontato di aver sistemato qualcosa ma certamente non ha idea di cosa tu sia riuscito a fare. Ho sempre saputo che sei bravissimo nel tuo lavoro ma questo è un miracolo, sei riuscito a rendere la vita ad un posto che, a quel che ho capito, stava andando in malora”.
La verità, Sandra è che il miracolo l’ha fatto questo posto con me: svegliarmi la mattina con il cinguettio degli uccellini, osservare il cielo nei suoi molteplici cambiamenti, vedere la natura trasformarsi con il cambio delle stagioni; curare le piante, veder crescere un seme, ascoltare il rumore del vento. Mi sono innamorato di questi campi, delle foreste, delle dolci colline. Ho sentito la voce del creato Sandra risuonare in me. Ogni sera sono andato a letto stanchissimo per il lavoro della giornata ma soddisfatto. Come mi hai augurato tu, come si è raccomandato Guido e come mi ha ricordato anche il Moro, un amico che domani ti presenterò, ho cercato di prendermi cura di me stesso. Non è stato facile ma ci sono riuscito. Adesso manca l’ultima parte, manca prendersi cura di te, di noi. Mattia avrebbe voluto così.
Era la prima volta da mesi che pronunciava il nome di loro figlio con lei. Si abbracciarono a lungo quella sera, piansero, condivisero finalmente il dolore che a lungo li aveva divisi. Cenarono sotto il pergolato, andarono insieme in camera, fecero l’amore dopo tanto tempo e si addormentarono abbracciati. Furono entrambi svegliati dal cinguettio degli uccellini, un nuovo giorno li aspettava, l’inizio di una nuova vita che avrebbero percorso insieme.
Sandra non partì per andare da Cecilia, rimase con suo marito, con la comprensione dell’amica che era contentissima per lei. Nei giorni seguenti Sandra conobbe il Moro e lo ringraziò per ciò che aveva fatto per suo marito. Luglio passò serenamente e i primi di agosto arrivò Guido con la sua famiglia. Guidò rimase esterrefatto; non riusciva a credere a ciò che aveva davanti.
Ti ho prestato un rudere e mi hai restituito un gioiello, grazie infinite, disse a Gioele
Grazie a te amico mio, hai accolto la richiesta di aiuto di un disperato e gli hai donato la possibilità di tornare a vivere…

Alberto Tibaldo

Due Uomini

Ecco l’ennesimo bombardamento, sono giorni che non mangio mentre la polvere mista al sangue copre il mio corpo.
Ho fame, ho sete, ho paura.
Ho perso tutto, mia sorella, mio fratello, mia mamma, mio papà, i miei amici, la mia innocenza.
Tengo forte forte, nella mia mano la pietra che ho appena raccolto e che vorrei scagliare contro chi mi sta facendo tutto questo.

Attorno a me morte e distruzione.
Nella mia rabbia e tristezza alzo lo sguardo al cielo e tra le nuvole e il cielo sereno scorgo un falco che sembra volermi indicare una via.
Seguo questi movimenti di volo  fluidi e leggeri che finiscono sopra il campanile di una chiesa in rovina.
Entro e davanti a me un uomo con le braccia aperte, ma bloccate da tre enormi schegge di ferro, sembra mi voglia abbracciare.
Sento calore in questo abbraccio mancato ma desiderato e la mia mano in quell’istante libera leggermente la presa su quella pietra, mentre nell’unica parete rimasta intatta immagini e parole dipinte che si susseguono raccontano la “vita”.

Davanti un uomo ricurvo vestito di un saio marrone e i piedi scalzi, scalzi e logori come i miei piedi ma che nel calpestare la “nostra Madre Terra, la quale ci sostenta e governa” lascia dietro di se “diversi frutti con coloriti fiori”.

Da mesi in questa terra non vedo più né fiori, né frutti, né erba.
Si sta facendo buio e mentre messer frate sole ha fatto posto a sorella luna, tra le crepe della chiesa alzando gli occhi al cielo, scruto una miriade di stelle luminose, limpide belle e preziose: sembrano spargere fiammelle di speranza per noi uomini.
Ho tanto freddo e così dopo avere riposto la pietra nelle tasche dei pantaloni prendo i pochi fiammiferi rimasti e accendo un fuoco robusto bello giocondo e forte con il quale  illumino questa notte buia, mentre fuori il fumo che esce dalle crepe della chiesa corre, corre sospinto dal vento.
Non ho più un fratello, non ho più una sorella, non ho più un padre, né una madre, né un amico, sorella morte corporale dalla quale nessun uomo vivente può scampare se li è portati tutti con se.
Io non ho paura di morire, io non ho paura di questa solitudine, mi sento comunque in qualche modo amato.
Chiudo gli occhi, metto la mia mano dentro la tasca per afferrare ancora la pietra, ma con più dolcezza.

Piano piano mi addormento in quell’abbraccio ancora vivo sul mio cuore e, nella mia mente, rivivo tutta la mia vita.

Rivedo  tutte quelle persone, che mi hanno respirato accanto, che hanno fatto senza dire, che hanno mantenuto senza promettere, che ci sono state senza esserci, che “sono” senza avere bisogno di “sembrare”.

Laudato sia ogni uomo sincero che cerca ad ogni costo la verità, laudato sia chi offre il suo cuore e la sua vita per la giustizia e la pace.
Laudato chi offre il suo tempo senza scuse, senza inganni, senza secondi fini.

Dio benedica tutte queste persone luminose e belle.
Sento ancora calore e speranza il quell’abbraccio mentre la mia mano lascia del tutto la presa e la pietra che fino ad un attimo prima stringevo tra le mie mani cade, cade senza fare rumore sulla nuda terra.

La raccolgo, la bacio come baciavo la guancia paffuta di mia mamma e malgrado sento freddo tra le mie labbra, il mio cuore sembra essersi rasserenato di fronte a questo bacio e a questi due uomini semplici.

No, le persone non sono cattive, nemmeno quelle che mi hanno fatto questo, sono anche loro vittime, accecate da tanto odio che qualcuno ha voluto mettere dentro i loro cuori.

Il loro respiro è come il mio respiro, il battito del loro cuore è come il battito del mio cuore.

Ora i miei occhi rimangono fermi su due dipinti posti al centro della parete.
Nel primo un uomo chinato a terra che scrive sulla sabbia circondato da uomini che stringono sulla loro mano la stessa pietra che ho appena lasciato, mentre al centro una donna che piange; una donna spaventata come me.
Nel dipinto a fianco una preghiera che risuona soave in questo tempio.
Altissimo, onnipotente, buon Signore
tue sono le lodi, la gloria e l’onore
ed ogni benedizione.
A te solo, Altissimo, si confanno,
e nessun uomo è degno di te.
Laudato sii, o mio Signore,
per tutte le tue creature.

Si anche per quelle che mi hanno fatto tutto questo.

C’è del buono anche in loro e se hanno tirato fuori la loro parte sporca, il  lupo cattivo, come lo chiami tu Francesco,  la  colpa non può essere loro ma di chi vuole distruggere questo creato perché offuscati da potere e denaro.
Sorella acqua molto umile preziosa e casta, ti prego cadi forte su di loro, bagnali e purificali affinché l’odio si trasformi in amore .
Non è la bellezza che salverà il mondo ma la croce e l’abbraccio di quell’uomo che è riuscito a perdonare, a trasformare le sue tre schegge di ferro in lacrime d’Amore
per potere abbracciare tutta intera questa fragilità umana sostenuta sì dalla bellezza del creato e di molti uomini belli veri e preziosi ma in particolare sostenuta e misericordiosamente curata da questo abbraccio ricco  di inebriante profumo di speranza e amore.

Cristiana Gori

La Lunga Strada

Correva l’anno 1993 mese di gennaio. Frequentavo, ahimè, per la seconda volta, la prima liceo classico, che poi sarebbe semplicemente la terza superiore con nome antico! Avevo deciso che quel giorno avrei saltato la scuola. Non lo avevo deciso il giorno prima, non era a causa di un compito o di una interrogazione, semplicemente non avevo voglia di andare a scuola. Mi succedeva spesso in quel periodo, praticamente ogni giorno, ma quel giorno ancora di più. Così rimasi dove ero, ovvero sulla corriera che dalla stazione portava al liceo e poi proseguiva. E decisi semplicemente di non scendere, di rimanere seduta al mio posto mentre i miei compagni si avviavano verso il loro dovere, che avrebbe dovuto essere anche il mio!

Sapevo dove sarei andata…sarei andata al santuario della Verna.

Era la prima volta che saltavo la scuola di nascosto, era gennaio, faceva un gran freddo, non avevo la più pallida idea di come sarei tornata indietro, ma intanto andavo. Perché il richiamo del santuario francescano era troppo forte, il richiamo di Francesco era troppo forte.

Sono sempre stata affascinata dalla spiritualità, e la spiritualità di San Francesco mi ha sempre attratto. Così quella mattina, guidata da una buona dose di incoscienza caratteristica della giovinezza, rimasi su quel bus, incurante persino del fatto che il mio abbonamento non copriva la tratta che stavo affrontando!

Nella mia testa adolescenziale la gravità di ciò che stavo facendo sarebbe stata compensata dal luogo nel quale stavo andando e quindi la mia colpa sarebbe stata meno grave.

Dunque rimasi seduta al mio posto, consapevole che avrei potuto prendere la multa per la mancanza del biglietto, consapevole anche del fatto che non avrei dovuto perdere la coincidenza al ritorno, altrimenti mi sarebbe saltata tutta la copertura! Ed infine consapevole del fatto che stavo facendo una cosa sbagliata, che non avevo mai fatto prima, che la stavo facendo da sola ma che tutto questo era tremendamente eccitante!

Mentre il misto di eccitazione e timore mi elettrizzavano, ascoltavo le conversazioni intorno a me fatte di una quotidianità che io non conoscevo affatto: lavoro, cucina, figli e mariti di cui occuparsi. Stavo vivendo proprio una parentesi di vita non mia, diversa da quella che conoscevo.

Arrivò la mia fermata…era il momento di scendere. Il paese, o meglio, l’agglomerato di case che dava il via alla mia scalata verso il santuario, si chiama “La Beccia”, ed è da qui che parte un’antica strada in selciato, naturalmente in salita, che conduce all’antica porta del santuario. L’avevo già percorsa altre volte con la mia famiglia, incuriosita dal fatto che nei secoli  migliaia di persone avevano affrontato quel percorso  per rendere omaggio al santo poverello. Stavolta mi trovavo lì da sola, in compagnia del mio atto di ribellione, della voce della mia coscienza, del mio timore e della mia eccitazione. Ed ebbe inizio il mio cammino fatto di passi e di preghiera.

Ogni passo si trasformava in un inno alla consapevolezza di vita. Il sole di gennaio non poteva che essere una timida presenza, in grado di trasmettere solo un po’ di tepore e una tenue luce, ma allora, come oggi e come sempre la sua importanza vitale era una carezza sulla porzione di viso tra il cappello di lana fatto ai ferri da mia nonna e la sciarpona che mi era stata regalata a Natale da una cara amica. E’ strano come cambia la percezione delle cose quando sono pervase dalla luce e quando sono al buio o illuminate da fonti diverse dal sole ..oggetti innocui alla luce, al buio sembrano minacce, così come alcune  minacce durante il giorno se ne stanno rintanate per uscire allo scoperto nel buio della notte. Basterebbe anche solo questo aspetto per capire quanto la vita e la sopravvivenza dell’uomo è dovuta alla presenza dell’astro solare. Non meno importanza Francesco, nella sua preghiera, dà alla luna e alle stelle che hanno il compito di rendere meno oscura la notte e di donare bellezza agli occhi di chi guarda.

Nel mio cammino solitario verso la meta percepivo l’immensità di ciò che mi circondava, ero sola in un percorso che chissà quanti avevano fatto prima di me e chissà quanti avrebbero fatto dopo di me. L’importanza del sentirsi nel qui e nell’ora è un concetto venuto fuori recentemente nel mondo occidentale, ma dentro di noi quel concetto è presente da sempre… ed è un concetto così semplice che quando lo realizziamo ci sembra immenso! Tutto ciò che ai nostri occhi è scontato ha una valenza enorme nel piano dell’esistenza.

Il vento, che può essere impetuoso e gelido e catastrofico o dolce, caldo e leggero, ed accompagnare con spinta amorevole il volo della rondine e della farfalla o generare con furore ondate di terrore. E l’aria, indispensabile alla vita, che può essere gelida come quel gennaio o torrida come in agosto  e trasportare profumi e semi di vita lontano. Le nuvole, sbuffi di panna montata o cariche di pioggia battente. Cosa siamo noi, piccole creature, al cospetto di tanta naturale meraviglia? Eppure ci siamo, creature progettate, create, amate e poste in relazione ad un maestosa natura che non ha bisogno di noi per sopravvivere, ma al tempo stesso ci dona un sostentamento a noi necessario.

E nel proseguire quella salita ecco che sentì arrivare la sensazione che più di ogni altra ci collega alla vita: la sete. Si dice che l’uomo possa sopravvivere per alcune settimane senza cibo, ma solo pochi giorni senza acqua, e non è un caso che le nostre cellule siano composte per lo più di acqua. Borracce in pelle, otri, anfore, vasi e secchi, fin dall’alba dei tempi l’uomo ha imparato a costruire strumenti che potessero contenere l’acqua, il bene più prezioso e del resto ogni civiltà si è sviluppata lungo il corso di un qualche fiume. Nel mio zaino scolastico c’era anche la bottiglietta dell’acqua, mi fermai e ne assaporai un sorso, godendo della sensazione di sollievo e riossigenando i muscoli affaticati. Ero una ragazzina, ma, allora come adesso, non ero affatto atletica!

Così, tra preghiere e riflessioni, arrivai finalmente di fronte alla maestosa porta del santuario, che aveva un’anta aperta per favorire il passaggio dei pellegrini come me! Lo spettacolo del pozzo, del piazzale con la croce, di qualche residuo di neve ammonticchiata qua e là era  commovente. Adesso più che mai ero sola di fronte a qualcosa di molto più grande di me e delle mie percezioni.

Nel corso degli anni della mia adolescenza avevo intrapreso una corrispondenza epistolare con una delle suore del santuario, ormai non ci scrivevamo più da tempo, ma pensai che magari avrei potuto anche incontrarla quella mattina e così cominciai a vagabondare alla ricerca di qualcuno, era tutto così silenzioso e solitario!

Nel mio girellare cercavo di aprire ogni porta che incontravo, alcune erano chiuse, altre invece mi consentivano accesso a stanze sconosciute. Una di queste stanze aveva un enorme focolare. Era spento, ma l’inconfondibile odore era quello di un focolare usato di recente. Nella sua preghiera Francesco indica il fuoco come fratello e come giocondo… il fuoco che scalda, il fuoco che cuoce, che illumina e che rallegra, non è un caso se ancora oggi spesso ci si raduna attorno ad un falò o di fronte ad un camino…allora come adesso il fuoco unisce, scalda l’ambiente e scalda l’anima.

Alla  ricerca di qualcuno con cui condividere quel particolare mio stato d’animo, quella mattina, incontrai un frate che raccolse le mie confessioni in modalità non ufficiale. A lui raccontai la ricchezza di emozioni provata nel cammino per arrivare fin lì, il freddo, la fatica, la sete, la meraviglia, la curiosità, l’eccitazione,la paura, l’aspettativa, la ricchezza, quello strano sentirmi viva nel fare qualcosa di assolutamente diverso dal mio quotidiano, qualcosa di proibito. E con lui parlammo della bellezza dell’animo umano, e di quanto è complicato essere in armonia con ciò che ci circonda e con chi ci è prossimo.

A quel tempo ero una ragazzina piena di sogni, ma non ero una persona serena, non ero appagata, non ero felice delle mie scelte. In relazione alla mia smania giovanile quel frate mi fece osservare quanto anche Francesco incitava a sopportare con gioia la difficoltà e la sofferenza,  perché questa fatica sarebbe stata riconosciuta nel giusto momento.

Oggi che sono adulta mi porto nel cuore quella mattina piena di emozioni, piena di vita. Oggi che sono adulta non faccio più i conti con l’eccitazione e la paura del proibito, ma faccio i conti con tematiche decisamente meno eccitanti e ben più difficili. Una fra tutte…la scomparsa di persone a me care.

Anche la morte per Francesco è sorella, dovremmo imparare ad affrontarla con serenità e consapevolezza. Non si può fuggire dalla morte, dovremmo quindi imparare a vivere bene ogni giorno, così da arrivare all’ultimo respiro con un bagaglio di cose belle e presentarci all’Altissimo con la fatica di una vita fatta di lealtà ed onestà.

Con amore  dovremmo prenderci cura di ciò che ci circonda. In un mondo veloce come quello di oggi, dovremmo riflettere sul valore della lentezza e sul come quei ritmi meno concitati  hanno comunque permesso al genere umano di scoprire, inventare e utilizzare  tutto ciò che avrebbe reso la vita più facile. Il lento trasporto del legno sul fiume (il nostro legno e il nostro fiume!) ha permesso la costruzione di un’opera meravigliosa come Santa Maria  del Fiore, duomo di Firenze. Il lento e faticoso lavoro dei frati nei boschi hanno permesso la conservazione e la trasmissione di una grande biodiversità di specie locali. La collaborazione tra l’animale e l’uomo ha permesso ai campi di essere coltivati e di offrire una grande varietà di colture. Chissà Francesco cosa direbbe oggi di questo nostro modo di vivere che predilige il tutto e subito, il rapido e veloce. Chissà come vedrebbe l’enorme devastazione del territorio che stiamo causando alla continua ricerca di  tecnologie nuove allo scopo di rendere la nostra vita sempre più veloce e sempre meno autentica.

Sarebbe bello se domani una ragazzina rimanesse seduta sul bus e saltasse la scuola per immergersi nella magia della natura e della spiritualità, cercando il dialogo con l’autentico e l’interazione con il creato, abbandonando per un po’ la contemporaneità. Sarebbe bello se il richiamo di Francesco raggiungesse tutte le anime.

Lorena Battistoni

Il Rifugio Delle Cose Importanti

(Palco quasi vuoto, sulle assi soltanto una pianta di tradescantia – erba della miseria – e, accanto, una vecchia sedia impagliata; qua e là qualche oggetto di nessun valore, fra cui uno specchio dalla cornice di plastica.

Entra una donna di circa cinquant’anni, abbigliamento semplice ma pulito e curato. Si siede e prende in mano il vaso.)

Ciao Emma, come stai? Sete, vero? Sei rimasta sola anche tu… dovremo farci compagnia. E ti dovrai accontentare: io in cucina non sono un granché e neanche in giardino me la cavo bene.

E comunque dovremo cavarcela, in qualche modo. Intanto andiamo a prendere un goccio d’acqua.

(Si allontana ed esce per un attimo con la pianta in mano.)

È proprio vero, Emma, che quando si ha sete non c’è nulla di più buono dell’acqua. Lo diceva anche lui, che pure a pranzo non sapeva fare a meno di un bicchiere di vino.

E il pane… che buono il pane fresco, appena sfornato.

(Apre la borsa e comincia a sbocconcellare l’estremità di un filoncino di pane.)

Lo so che non si fa, ma è più forte di me. Come quando da bambina la mamma di diceva di passare dal forno all’uscita di scuola per ritirare il pane ordinato. E poi si infuriava con me perché non riusciva mai a mettere a tavola una pagnotta tutta intera.

Bei tempi eh, Emma! Quanta gente in questa casa! E adesso siamo rimaste io e te, con un mondo tutto da ricostruire. (Pausa.)

L’importante è non restare soli. Stai tranquilla, io mi prenderò cura di te. E tu? Vero che non mi abbandonerai?

Ma che sto dicendo? Devo essere completamente impazzita. Adesso mi metto a parlare con una pianta mezza secca, che oltretutto porta pure sfiga. E pretendo pure che mi risponda. No, va bene il lutto, va bene la solitudine, ma c’è un limite a tutto.

(Poggia bruscamente il vaso a terra e si mette a camminare nervosamente qua e là per il palco.)

Ecco qua! Ecco qua quel che rimane. Una casa grande, immensa, vuota, piena di cose scombinate, spaiate, raccattate di qua e di là. Anche questa sedia, un vecchiume riverniciato cento volte. Era un rottame già quando ci si sedeva la nonna a fare la maglia e mi raccontava le favole.

Le favole a me… Pensa quanti anni sono passati. Ma no, lui non l’ha mica buttata quando la nonna è morta. Ha detto che voleva vedere se sapeva fare ancora un’impagliatura come gliela aveva insegnata suo padre. Perché al suo paese in inverno, quando non c’era da fare nei campi, stavano tutti a impagliare sedie.

Guai se ti beccava a buttare qualcosa! (Si gira verso la pianta.) Tu è inutile che fai finta di niente, tanto lo so che anche a te ti ha trovato accanto a un cassonetto e ha detto che di sicuro non eri morta del tutto.

Adesso come faccio, io, in mezzo a ’sto casino, a decidere di cosa sbarazzarmi e cosa tenere? Eppure un po’ d’ordine mi toccherà farlo.

(Si siede e si guarda attorno in silenzio. Dopo un po’ si avvicina allo specchio.)

Ma come si fa… come si fa a buttare quello che è stato il senso di una vita? Hai voglia a urlare e imprecare, tu! Hai voglia a prendertela con le cose. Cara mia, la verità e che tu detesti questa roba perché tutto qua dentro ti parla di lui.

Ecco, fantastico, parlo di nuovo da sola. Emma, torna qua! (Riprende in mano la pianta.) Almeno posso far finta che ci sia qualcuno ad ascoltarmi. Puoi anche non rispondere se non ti va. Ma ragioniamo un attimo insieme. Perché, a dire il vero, in questa sua mania, che mi faceva saltare i  nervi ogni volta che tornava a casa con un altro vecchio catorcio, c’era della filosofia.

Qualcuno mi ha detto che lui era un filosofo, anche se non lo sapeva. E che filosofia, perbacco! L’avessi io, l’amore per la vita che aveva lui. Ne ha passate di tutti i colori, guerra, povertà, malattie, eppure trovava sempre il bello in ogni cosa.

Ecco, il bello. Nessuno glielo aveva insegnato a riconoscere il bello e neanche a dargli tanta importanza. Forse per questo non si faceva problemi ad accostare cose scompagnate e a usare oggetti rabberciati fino a quando non esalavano l’ultimo respiro. No, il bello, l’armonia, gli stili non li aveva studiati, come non aveva studiato nulla di più che a leggere scrivere e far di conto. Eppure… eppure… forse il suo senso del bello era più raffinato di quello di tanti altri.

Forse, ecco, forse lo sapeva vedere dove lo sguardo degli altri non arrivava. Mi sono sempre chiesta cosa lo attirasse degli oggetti brutti e vecchi. Perché, anche adesso che poteva permettersi di comprare cose nuove, si ostinava a mantenere in vita, a recuperare tutto il possibile?

Forse perché il suo senso del bello era semplicemente diverso. Forse perché sapeva che tutto ha diritto ad avere una nuova vita e nelle cose, come nelle creature, bisogna saper trovare il buono che c’è, scrutando con calma e attenzione.

Forse per questo, negli ultimi anni, aveva preso a raccogliere rami e fronde, sassolini screziati, pigne e gusci vuoti ogniqualvolta gli balenava in testa l’immagine di ciò che vi avrebbe ricavato con le sue mani.

Eh sì, con le mani era bravo a crearlo, il bello. Caspita se era bravo, Emma mia! Anche senza libri e senza potersi concedere il lusso di fermarsi a guardare il cielo per ammirare il sole e le stelle. Gli toccava stare coi piedi per terra, ma in effetti era proprio lì che scopriva di essere ricco. Ricordi come raccontava lo stupore con cui un giorno aveva scoperto le fragoline di bosco seguendone il profumo… e la prima scorpacciata che ne aveva fatto proprio quando la guerra appena finita gli aveva lasciato la pancia vuota? Da vecchio gli brillavano ancora gli occhi! Penso che quando ne parlava sentisse ancora in bocca la dolcezza.

Sì vabbè, a farsi un giro per casa si direbbe che qui ci abbia abitato un accumulatore seriale. Una roba come quei programmi tipo “Sepolti in casa”. Però lui era convinto che bisogna essere grati a tutto ciò che ci è stato utile, anche quando non lo è più.

Lui era convinto che nulla debba essere buttato via, né le cose né, soprattutto, le persone. Eh sì, cara mia, a pensarci bene, era anche un accumulatore di amici. Di quelli ne aveva un’infinità. “Pochi soldi ma tanti amici”, ricordi il suo ritornello?

Chissà, magari proprio per questo era una persona felice, anche quando la vita lo prendeva a bastonate. Non ricordo di avergli mai sentito dire parole di disperazione. Anche gli occhi, ricordi, erano sempre pieni di fiducia. E quelli non mentono. Fiducia e gratitudine. Per tutto e nonostante tutto. Beato lui! E io non lo ho mai capito.

Insomma, vecchia Emma, alla fine della fiera siamo rimaste io e te. Con il sospetto, sia detto senza offesa, che hai tutta l’intenzione di volermi portare ancora altra sfiga! Spero di sbagliarmi.

Però cosa dovrei fare, arrivate a questo punto? Non posso mica prendermela con te se da un po’ mi va tutto storto. Mi sa che anche tu, con la fama che ti ritrovi, ne hai passate già abbastanza, senza che adesso mi ci metta pure io.

(La donna si rivolge al pubblico.)

Sapete cosa c’è? Il mondo non diventa più bello se gli si vomitano addosso rabbia e rancore.

Il mondo diventa più bello se si aggiusta ciò che si è rotto. E per questo ci vogliono le mani. Le mani che devono sporcarsi. E poi l’acqua, un po’ d’acqua fa miracoli.

Acqua per pulire il mondo. Acqua per dare la vita.

E tu, cara mia (Guarda la piantina e sorride.), sembri fragile ma sei una tosta, capace di crescere ovunque. Le tue radici tenere si intrufolerebbero anche tra le crepe dei cuori più duri.

Ecco, farò così: sarai tu la mia vendetta. Anche se ci volesse un secolo, io ti aiuterò a fiorire.

E quando succederà, Emma mia, sarò la donna più ricca del mondo!

Luca Lombardi

Impressione di campagna

“Ciao piccolo.” Sempre così profonda e densa come voce. “Ciao!” Sorride felice, qualche dente che manca, e gli occhi socchiusi allo splendente sole estivo. “Accaldato dalla salita?” E lo schizza appena, qualche gocciolina fresca. Il bambino ride, è un vecchio scherzo fra di loro. “In effetti sono molto accaldato!” “Oh.” E una cascata gli si riversa addosso, e lo bagna completamente. Ride, di nuovo, e gli fa eco quel vocione così profondo. Stanno qualche minuto in silenzio, mentre il bambino si asciuga e si scalda, disteso nel verde smeraldo. “Dove andiamo oggi?” “Dimmelo te.” Risponde la voce. “Mhhh potremmo andare a trovare i tuoi parenti!” “Ti fanno ridere eh?” “Sì tantissimo!” “E allora andiamo! Dai, tuffati che si va!” Il bambino si tuffa, ormai si è abituato e non ha più paura. Ma la prima volta! Uhh quante volte l’ha dovuto rassicurare. Ma adesso, sprofonda nell’acqua cristallina, e chiude gli occhi. Lui gli fa il solletico ai piedi, il bambino ride sott’acqua e poi riapre gli occhi. Placido, Solano è davanti a lui, che gioca con le sue sponde. Lo vede, e subito lo schizza appena. “Ciao!! Quanto tempo! Allora? Come stai?” Il bambino cerca di rispondergli, ma tanto Solano si è già distratto, lo sta chiamando verso un’ansa. “Ehi ehi, guarda, sono cresciute le ranocchie!” Uno strillo eccitato, e il bambino è accanto a lui, in mezzo alle rane che saltano in qua e là. Quando poi dell’erba alta salta fuori un rospo verde scuro, con l’aria arcigna e il fare indispettito di un sovrano, i due scoppiano a ridere. “E gli aironi invece??” Buona memoria il figliolo. Solano fa un gorgolìo soddisfatto. “Lì ho controllati proprio ieri! Sono usciti dalle uova pochi giorni fa!” Broncio, immediato. “E perchè non me l’hai detto?? Volevo guardarli!” Colpetto di tosse che sa più di sasso che cade nell’acqua, e il vocione li interrompe “Anche Solano ha da fare, e poi hanno diritto a stare un po’ in pace, no?” Borbottii indisposti. “Susu, non fare il broncio, e andiamo piuttosto a chiedere se possiamo vederli.” Gli aironi per fortuna sono di buon umore, il sole splendente mette allegria, e per un po’ giocano tranquilli con quei cosini grigi e striduli, provando a farli volare, oppure lanciandogli i vermetti che loro poi afferrano al volo. Ma al bambino sorge un dubbio. “Ma i vermi non hanno diritto anche loro a stare tranquilli? Perchè li possono mangiare?” Risate dei due accompagnatori, scintillanti e fragorose. “Tutti hanno bisogno di mangiare qualcosa sai.” “Anche voi?” “Beh… in un certo senso, noi mangiamo l’acqua.” Faccia poco convinta. “L’acqua mica la si mangia, si beve!” Solano comincia ad avere difficoltà, certe sottigliezze ancora gli sfuggono. Ma prima che possano rispondergli, un Refolo di vento arriva di corsa, quasi inciampando sul bambino. Cerca di gridare, ma come tutti i Refoli riesce solo a sussurrare. “Non avete sentito? C’è un incendio in collina! Dai venite anche voi!” “Solano, tienilo te, vado a controllare da vicino la situazione.” Il più anziano tra i due corsi d’acqua scompare insieme al Refolo, e i due giovani rimangono là, a fissare la direzione in cui sono spariti. “Sai dove sono andati?” “Ma certo.” “Poggio Muschioso?” Solano conosce bene il bambino, lo sa che non si perderebbe mai uno spettacolo simile. Il bambino è eccitatissimo, gli afferra la mano, e in un istante sono su Poggio Muschioso, cercando di individuare l’incendio. “Eccolo! È grandicello questo!” “Davvero. Ma il vento soffia dalla parte opposta, siamo al sicuro.” Sguardo scocciato, labbro arricciato. “Dicevo per dire, mica sono spaventato!” “Lo so, lo so.” Solano ribollisce appena, è così suscettibile alle volte. Un guizzo, e due pini si accendono all’unisono con un verso entusiasta dell’incendio. Il bambino grida felice, e ammira quelle fiammate rosso e arancione. Queste guizzano lievemente, danzano all’aria, si intrecciano e si separano, felici di essere vive. Una volta il bambino ha parlato anche con il fuoco. L’aveva acceso suo babbo con le foglie del giardino, e avevano scambiato due chiacchiere per qualche minuto. Era simpatico, ma così distratto. Solano a confronto è serio e imperturbabile. Gli aveva anche chiesto perchè ogni tanto si mangiava il bosco e tutto il resto, ma non ci aveva capito molto. Poi il vecchio Ghigno gliel’aveva rispiegato, dicendo che serve per dare spazio ad altre cose, ma quali fossero queste cose non aveva saputo dirglielo. Vatti a fidare dei tassi. Passa un altro refolo, che si diverte a saltare sulle Correnti, e il bambino cerca di fermarlo. Il Refolo fa una piroetta, e poi cala in picchiata su di loro, e li avvolge con un profumo di legna e resina. “Ehi! Come butta? Che bella giornata per volare eh?” Solano ride, e si scrolla qualche goccia di dosso. “O per scorrere via.” “L’hai detto capo!” “Come va l’incendio? Brucerà tanto? E le piante?” “Ohi ohi, piano ragazzino con le domande, sono in vacanza anch’io! L’incendio butta bene, è partito stamattina e poi è cresciuto in fretta, ha già passato la pubertà, figurati. Però è uno ganzo, non si prende sul serio ma se vede che qualcuno ha bisogno di una scaldata non ci pensa due volte. È un testa fina quello!” “Ah insomma, non come quello di quest’inverno.” “Noooo capo, quello lì era uno tutto sbattuto nel cervello! Ma che vuoi, nasci, e ti trovi in mezzo alla neve. Un po’ confuso saresti anche tu!” Solano vibra, e si ingrossa lievemente. “Io nasco in mezzo alla neve.” Il Refolo non si scompone, fa un giro su sè stesso e si libra alto. “Sì capo, ma tu non sei un incendio!” “Di che incendio state parlando Solano?” “Dai, quello di quest’inverno! Eravamo a vedere i cervi!” “Ahhhhh.” Brevi ricordi, non molto di più: piccole radure, maestosi animali dal petto possente, agili e scattanti. Ma così seri e noiosi! Si sblocca un ricordo. “Ehi Solano, ti ricordi la volta che abbiamo incontrato i lupi?” “Mh? Mi sa non c’ero.” “Fu fighissimo! Insomma, eravamo in giro come ora, a vedere quello che capitava, quando ecco, si gira dietro un albero, e c’erano tre lupi! Penso fossero fratelli, perchè si assomigliavano, ed erano tutti bellissimi! Grigi e lustri, magri ma tenaci, si vedeva subito. All’inizio mi avevano messo paura, ma poi si sono presentati, ed erano simpatici! Seriosi va detto, e sembravano un po’ tristi. Credo che sia perché sono parecchio pochi, e si sentono soli, o qualcosa del genere. Però poi abbiamo giocato un po’ alla lotta e ci siamo divertiti!” “Più che con i cinghiali?” Solano sorride, è una domanda retorica. “Noooooo. Scherzi? I cinghiali sono i più divertenti! Ci rotoliamo sempre nel fango con loro, e la famiglia di Setola mi permette sempre di scavare i tuberi con loro. Chissà dove saranno ora!” “Possiamo cercarli se vuoi.” “Sì!” E via, a cercare Setola e famiglia. Grigio, il topolino, racconta di averli visti qualche giorno fa alla vecchia carbonaia dei Gocci, e da lì due scoiattoli agitati lì indirizzano invece verso le dorsali scoperte della Secchieta. Solano e il bambino li chiamano a gran voce, ma risponde solamente un’arcigna poiana. “Allora! Son due ore che state a fare sto’ baccano! Setola è due dossi più oltre, raggiungetelo e chetatevi per favore! I topi non escono neanche con tutto ‘sto casino” Solano e il bambino ghignano mentre la poiana si allontana indispettita, e poi corrono da Setola, che guarda caso è a scavare tuberi. Felice, il bambino gli si mette accanto e cominciano a chiacchierare fitto fitto, mentre Solano fa un po’ di conversazione con Zanna e Zoccolo, i due genitori di Setola.

È notte ormai, e il bambino è accanto a Setola, raggomitolato e felice. Le stelle pazienti vegliano su di loro, e fanno un cenno all’Arno quando questo torna dall’incendio ormai spentosi. “Arturo, Vega.” Un trillo lontano e uno scintillìo è il saluto che gli arriva da quel cielo così nero e immenso. L’ Arno si mette quieto vicino al bambino, e sveglia delicatamente Solano. “Oh ciao Arno, come è andata?” “Tutto bene via. Un bell’incendio, giovane e robusto, ma ragionevole. E sopratutto nessuna Corrente a istigarlo o agitarlo.” “Buono davvero!” “Già. La giornata?” Solano sgronda appena. “Come le altre.” Risponde, la voce un mormorìo, mentre lontano, una gigantesca luna bianca comincia a sbiadire. “Si è divertito? Ha visto qualcosa di spiacevole?” “Nulla di che, ma anche se fosse? Deve capire come funzionano le cose, sennò come farà?” L’Arno borbotta qualcosa, sommesso e profondo, e osserva boschi e colline sbiadire sempre più. “Ho solo paura che possa non capire.” “Ma io penso che capirà! È così facile alla fine!” Un guizzo di paura, e Solano comincia ad agitarsi. “Ma davvero sei così preoccupato? Pensi possa allontanarsi all’improvviso? Forse dovremmo smettere, o tenerlo più all’oscuro di certe cose?” Silenzio, e ormai anche Setola e la sua famiglia sono sbiaditi. Solo il cielo e le stelle rimangono, vigili e fissi. Alla fine l’Arno risponde, quieto. “No, penso che dovrebbe sapere tutto. Poco alla volta magari, ma dovrebbe sapere ogni cosa. Male non può fargli. E chissà, magari si accorgerà che non è stato un sogno.”

Rimangono solo il cielo e le stelle, a fissare dall’alto un bambino che dorme. 

Proposte giornaliere

Anche chi non fa parte della carovana potrà sperimentare almeno per un giorno questo modo di vivere il festival, aderendo ad una o più delle proposte giornaliere sotto descritte. Quelli proposti sono itinerari adatti anche alle famiglie.

Mercoledì 17 Luglio

con la Carovana al Laghetto di Asqua – Moggiona

Ritrovo: ore 14:00 Punto Informazioni di Camaldoli e Spostamento con le macchine sulla strada di Asqua.

Escursione: La linea Gotica – La Rota incontro con La Carovana – Laghetto di Asqua con Miriam Bardini.

Lunghezza 4 Km Dislivello 100 m

Spostamento con le auto a Moggiona

Ore 19:00 Concerto a Moggiona di Luca Mauceri e Donato Cedrone

 

Giovedì 18 Luglio

con la Carovana a Serravalle e Camaldoli

Ritrovo: ore 14:00 presso il Punto Informazioni di Camaldoli e spostamento con le auto a Serravalle.

Escursione Serravalle – Camaldoli, incontro con la Carovana e con Monaco del Monastero – Tappa artistica al Castagno Miraglia con Miriam Bardini – Serravalle.

Lunghezza 5 Km Dislivello 100 m

ore 21:00 Concerto a Serravalle di Giovanni Vannoni

Venerdì 19 Luglio

con la Carovana al Fosso di Acquafredda e Fosso del Puntone – Badia Prataglia              

Ritrovo ore 9:00 Punto Informazioni di Badia Prataglia

Escursione: Badia Prataglia – Fosso di Acquafredda Incontro con La Carovana – loc. Capanno – Buca delle fate – Campo dell’Agio. Tappe artistiche con Miriam Bardini e Luca Mauceri, laboratori di land art con Martina Botta e Nicola Doni

Lunghezza 10 Km Dislivello 300 m

Ora 21:00 Concerto del Duo Gelli Cuseri presso la Pieve di Santa Maria Assunta

Sabato 20 Luglio

con la Carovana a Corezzo – Passo Serra – Biforco

Ritrovo: ore 9:00 a Corezzo

Corezzo – Sentiero 00 (incontro con la carovana) – Passo Serra – Serra di Sopra – Biforco con tappa artistica di Luca Mauceri e Miriam Bardini

Lunghezza 12,5 Km Dislivello 390 m

ore 18:30 Concerto a Corezzo di Davide Scagno

Per aderire alle proposte giornaliere è obbligatorio prenotare scrivendo a prenotazioni@orostoscana.it o chiamando al 370 1318284.

La quota delle uscite giornaliere è di 15 euro a persona. La partecipazione ai concerti del festival è gratuita. Ogni serata sarà possibile usufruire, a proprie spese, della cena proposta dalla proloco del borgo (vedi il link ad ogni concerto per informazioni sulle eventuali prenotazioni).

Scheda di viaggio

Luogo di inizio e fine del trekking: Pratovecchio, Piazza Jacopo Landino
– Partenza alle ore 9 di mercoledì 17 luglio e rientro alle 17.30 di domenica 21.
– Possibilità di aggregarsi anche dalla mattina di venerdì 19, arrivando con mezzi propri a Serravalle entro le ore 9.

Quota di partecipazione individuale:
– quota intera (5 giorni/4 notti): € 522;
– quota ridotta (3 giorni/2 notti): € 299.

– La quota intera comprende: 4 pernottamenti (in appartamento a Moggiona, in rifugio gestito a Badia Prataglia, in struttura religiosa a Serravalle e Corezzo), 4 colazioni, 5 pranzi al sacco e 4 cene per tutta la durata del cammino. Acqua ai pasti. 1 guida ambientale per tutta la durata del soggiorno. Noleggio e-bike e guida per il rientro da Partina a Pratovecchio. Assicurazione annullamento. Iva e servizio.
– La quota ridotta comprende tutto quanto incluso nella quota intera tranne i pasti, i pernottamenti e i servizi precedenti a venerdì 19 ore 9.

Le quote non comprendono: trasporto da e per Pratovecchio, eventuali tasse di soggiorno; extra e quanto non espressamente indicato

Può essere considerato un trekking di media difficoltà: richiede un certo spirito di adattamento e la voglia di una vacanza diversa, camminando immersi nella natura e attraversando piccole località.

Le tappe giornaliere, descritte singolarmente negli appositi riquadri, sono lunghe circa 15 km e i dislivelli positivi sono intorno ai 500 m, tranne il primo giorno in cui sono previsti circa 750 m. Il cammino si svolge prevalentemente su sentieri ufficiali, carrarecce e strade.

Lungo il percorso sono previsti incontri, letture e tappe artistiche e saranno effettuate delle riprese al fine della realizzazione di un documentario sull’esperienza. Staremo sul sentiero dalle 7 alle 9 ore al giorno (soste incluse). Lo zaino va portato sulle spalle lungo tutto il tragitto, tranne il tratto in bici per il rientro finale da Partina a Pratovecchio, in cui potremo affidarlo a una navetta.

La ricettività è sempre confortevole ma talvolta spartana, le camere e il bagno sono sempre in condivisione fra più persone. Chi non fosse abituato a questo tipo di esperienza deve mettere in conto che può rappresentare una certa sfida personale.

Il programma e il tipo di esperienza proposta non sono adatti a consentire la partecipazione di animali e bambini.