Concorso di scrittura

NESSUN GENERE DI CONFINE

Nessun Genere di Confine” è il tema di questa edizione di Naturalmente Pianoforte 2026, il festival che intreccia musica, arte contemporanea, trekking, letteratura e linguaggi del corpo con la natura, per esplorare la parità come paesaggio vivente. Argomento che diventa anche il tema di questa seconda edizione del concorso di letteratura del festival realizzato in collaborazione con il Club della lettura di Pratovecchio e l’EcoMuseo del Casentino – Unione dei Comuni Montani del Casentino.

Obiettivo del concorso: Superare i confini e valorizzare le differenze attraverso l’arte delle parole.

Categorie di scrittura:

1. Poesia: componimenti poetici ispirati al tema del concorso

2. Racconto breve: storie brevi che trattano argomenti ispirati al tema del concorso (max 20 cartelle dattiloscritte. 1 cartella = 2000 battute spazi compresi)

Tema del concorso: Raccontare che la parità non è un equilibrio tra opposti, ma una rete viva di relazioni, un attraversamento continuo di confini: di genere, di linguaggio, di forma. È un invito alla contaminazione e alla connessione, rifiutando l’idea di genere come categoria chiusa – musicale, artistica o umana – per aprirla al possibile. Creare al di là delle categorie diventa un gesto poetico e collettivo insieme: un modo di abitare il mondo riconoscendo differenze, ascoltando voci plurali, creando spazi condivisi. Come in una foresta, ogni voce è un albero, ogni radice tocca un’altra, ogni confine si scioglie nella terra comune. Un invito a riconoscere che la vera uguaglianza non è uniformità, ma pluralità in movimento.

ECCO I VINCITORI DEL CONCORSO LETTERARIO “NESSUN GENERE DI CONFINE”

Si è conclusa con grande successo la seconda edizione del concorso di scrittura “Nessun Genere di Confine”, il progetto letterario legato al festival Naturalmente Pianoforte che, nel 2026, è tornato a interrogare il rapporto tra arte, natura e parità di genere attraverso la forza della parola scritta. La cerimonia di premiazione ha rappresentato l’atto conclusivo di un percorso vivo di contaminazione e pluralità, capace di generare connessioni e ascolto profondo.
Il concorso, nato in collaborazione con il Club della Lettura di Pratovecchio e l’EcoMuseo del Casentino – Unione dei Comuni Montani del Casentino, ha invitato poeti e narratori a misurarsi con il tema portante del festival per il 2026: l’idea di genere intesa non come barriera o categoria rigida, ma come spazio aperto e condiviso.
La giuria ha selezionato i migliori lavori inediti ed originali nelle due sezioni previste dal bando -poesia e racconto breve – assegnando ai primi tre classificati di ciascuna categoria gli esclusivi Box Set di libri curati da Aboca Edizioni.
Di seguito tutti i vincitori e i riconoscimenti dell’edizione 2026:

Categoria Poesia:

Categoria Racconto Breve:

Menzioni Speciali:

Nel corso della serata, la giuria e l’associazione Pratoveteri APS hanno inoltre voluto tributare un caloroso omaggio speciale a Naira Bulli (13 anni), la partecipante più giovane di questa edizione.

La conduzione della cerimonia è stata affidata a Sonia Amadori (referente dell’Università dell’età Libera di Pratovecchio Stia) e al giornalista Gianni Verdi. L’evento è stato aperto dai saluti istituzionali di Massimo Martini (assessore alla cultura del comune di Pratovecchio Stia), Emanuele Ceccherini (Presidente dell’Unione dei Comuni Montani del Casentino), Filippo Romagnoli (associazione Pratoveteri APS) e Adelaide Stanghellini (Club della lettura di Pratovecchio).
Con la proclamazione dei vincitori, la parola ha raccolto idealmente il testimone della musica, suggellando un’edizione del festival piena di emozioni autentiche radicate nella bellezza del territorio del Casentino.

Giuseppe Pinelli

VENTO DI SPERANZA

È vento, dal punto di vista umano,
colorato di sabbia.
Porta con sé il profumo dei datteri,
ha riflessi di hennè tra i capelli ,
asciuga la terra e la pelle.
Viene da lontano, prende per mano.
Spalanca le braccia
con occhi grandi guarda in faccia.
Nasce dalle dune roventi,
ha l’odore delle donne e degli uomini ,
di sangue, di polvere da sparo,di bombe.
Invoca generosità, un poco di umanità
la speranza della libertà.
Viaggia di giorno
bestemmia e urla di notte.
Spinge le barche contro il molo
rompe gli ormeggi,
gli uccelli non si alzano in volo.

È vento, dal punto di vista degli alberi,
che bisogna imbonire piegandosi,
assecondare per non farsi spezzare.
Strappa le foglie malate dai rami
disperde lontano il seme della speranza.

È vento,dal punto di vista animale,
che è necessario annusare,
porta con sé la speranza e l’odore
della vita e della morte.
Reca in dono un giaciglio
su cui dormire e figliare.

È vento, dal punto di vista del mare,
il pensiero che lo fa agitare,
la ragione della tempesta e della bonaccia.
La speranza della schiuma e dell’onda.

È vento di speranza,del pregiudizio si duole
placarsi non può, non vuole.

© Tutti i diritti riservati. Il testo è stato pubblicato su questo sito su concessione dell’Autore a seguito del concorso “Nessun genere di confine”. È severamente vietata la riproduzione, la modifica, la distribuzione o qualsiasi altro utilizzo del testo, totale o parziale, senza il previo consenso scritto dell’Autore.

Luca Bettazzi

IL CONFINE CHE CANTA

Nell’arancio dell’alba velata d’antracite,
trascino i miei passi stringendo l’ottone;
tesa é l’attesa, il silenzio tra le file,
vuota desolazione, unica direzione.

Ultima linea, ferita della terra,
risuona un silenzio: il tuo sguardo respira.
Arreso nel fango, stringi ciò che serra,
lo spartito complice che all’unione aspira.

La scelta che pesa, l’ordine vacilla,
Il mio sguardo nel tuo tra ricordi e cannone.
La pausa si scioglie lenta nella saliva,
il silenzio si rompe in una canzone.

Nell’antico attacco troviamo connessione,
il grilletto non trema in questa melodia.
Non siamo più due ma tutto il plotone
Cade l’acciaio una sola canzone.

© Tutti i diritti riservati. Il testo è stato pubblicato su questo sito su concessione dell’Autore a seguito del concorso “Nessun genere di confine”. È severamente vietata la riproduzione, la modifica, la distribuzione o qualsiasi altro utilizzo del testo, totale o parziale, senza il previo consenso scritto dell’Autore.

Elia Garofoli

COME ALBERI

Un bacio non mi basta,
dammene mille,
poi ricomincia.
Io farò altrettanto.

Dammi la mano,
tienimi a te,
dammi fiducia.
Io farò altrettanto.

Abbracciami di nuovo,
ancora e ancora.
Àncora questo sentimento
nel profondo.

Fai dei tuoi piedi radici,
io intreccerò le mie.
Tienimi così,
continuiamo a crescere.

© Tutti i diritti riservati. Il testo è stato pubblicato su questo sito su concessione dell’Autore a seguito del concorso “Nessun genere di confine”. È severamente vietata la riproduzione, la modifica, la distribuzione o qualsiasi altro utilizzo del testo, totale o parziale, senza il previo consenso scritto dell’Autore.

Stefania Del Rizzo

AL CONFINE

Dalla finestra che sta sopra al lavello della mia cucina lo vedo, seduto all’estremità di uno scalino, fra le dita una sigaretta. Non avrà più di 25 anni e dal suo aspetto, stanco e stropicciato, sembra che su quello scalino ci stia passando la vita.
È sempre lì alla stessa ora, le tre del pomeriggio: dev’essere la sigaretta del dopopranzo; il parco del centro di salute mentale confina con il mio giardino.
Gianluca, amico fraterno che lavora “in struttura” da vent’anni – un posto che sa di muffa e di stantio anche da quaggiù – non mi parla mai molto del suo lavoro – per preservare la privacy dei suoi pazienti -, ma racconta sempre che questi malati sono considerati da tutti malati di serie B e che la salute mentale è la Cenerentola dei reparti ospedalieri.
Le malattie dell’anima, quelle della mente, fanno paura a tutti. Meglio avere un tumore, almeno quello hai meno pudore a raccontarlo. È una vergogna contagiosa quella che colpisce chi soffre di disturbi psichici e chi gli sta accanto. Bisognerebbe insegnarla da piccoli la confidenza: abbandonare l’antico timore di non far sapere agli altri i propri dolori – i panni sporchi da lavare in casa -.
Mentre ci penso esco a stendere la biancheria in giardino.
Oggi c’è un caldo afoso, l’umidità è una nebbiolina sottile nell’aria: appena fuori mi accoglie il profumo intenso del rosmarino, un cespuglio enorme che circonda casa mia.
Finisco in fretta, ho voglia di tornare al fresco “condizionato”, ma prima di rientrare, vedo che il ragazzo si alza e si avvicina alla recinzione. I jeans vita bassa gli scivolano sui fianchi spigolosi, strusciando a terra, la camicia leggera lascia intravedere un torace sin troppo magro.
Buongiorno signora – ho 54 anni e non mi sento una “signora” ma, evidentemente, lo sono -.
Buongiorno, rispondo, mentre lo fisso negli occhi: ci avrei giurato che erano blu, ma l’intensità mi coglie comunque di sorpresa.
Vedo che mi guarda sempre con curiosità, esordisce.
Sento che arrossisco un po’.
Sì, rispondo, mi devi scusare, mi ricordi tanto un mio studente – mento, e subito mi pento di questa piccola bugia, meriterebbe di sapere che sono solo curiosa del suo “male di vivere”.
Cosa insegna?
Lettere, alle Superiori.
Sa che avrei voluto studiare lettere pure io? Ma i miei mi hanno convinto per economia e commercio, mio padre è commercialista; uno studio grosso. Poi gli esami non andavano bene, tutti avevano molte aspettative, ho cominciato a falsificare i voti sul libretto e poi, poi non ce l’ho fatta più, qualcosa…non so…., adesso sono qui.
Accenna con la testa all’edificio alle sue spalle.
Li ho molto delusi.
Capisco che si riferisce ai suoi genitori.
Vorrei dirgli “sono certa che non li hai delusi” ma ho paura sia un’ovvietà che non gli serve sentirsi dire.
E adesso come stai. Meglio?
Sì, mi pare di sì. Ancora non so. Mi sento sempre un po’ sospeso, nella bolla. Si fa fatica.
Non avere fretta, gli dico, e ascolta i dottori. Qui sono bravi.
In realtà che ne so io se sono bravi. Io sono un’insegnante. Di psichiatri conosco solo Gianluca. Di lui so che ama il suo lavoro, che ha a cuore i suoi pazienti. Ma come si fa a capire di cosa quegli occhi hanno tanta paura.
Posso chiederti una cosa?
Mi dica. Continua a darmi educatamente del Lei.
Perché proprio oggi ti sei avvicinato a salutarmi?
Per i fiori.
Che fiori, rispondo io.
Nel mio giardino, a parte il rosmarino, non c’è nemmeno una margherita: Ettore, il mio vorace e altrettanto simpatico bull terrier, si mangia pure quelle!
I fiori del suo vestito, risponde: mia madre ha un vestito identico al suo.
Prima di allontanarsi e rientrare mi chiede: posso passare qualche altra volta qui al confine?
Al confine? Chiedo io.
Si, questa recinzione, il confine della mia vita, dice.
Vieni quando vuoi, gli rispondo, mentre sulle labbra e nella testa mi sale un sorriso.
La prossima volta ti presento Ettore, il mio cane. Anche a lui piacciono tanto i fiori.

© Tutti i diritti riservati. Il testo è stato pubblicato su questo sito su concessione dell’Autore a seguito del concorso “Nessun genere di confine”. È severamente vietata la riproduzione, la modifica, la distribuzione o qualsiasi altro utilizzo del testo, totale o parziale, senza il previo consenso scritto dell’Autore.

Lorenzo Iannelli

IL TRENO DELLE 4.29

I campi si estendevano nel buio che anticipava l’aurora, una vastità di terra ancora assopita. Il drago di ferro e ruggine avanzava, e il suo rumore era un soffio cadenzato che spezzava la quiete della notte. Il treno delle 04.29 trasportava un carico umano di corpi stanchi e sogni spezzati. L’alba, una promessa ancora non mantenuta, si tingeva di rosa e viola all’orizzonte. L’aria, un cristallo invisibile, graffiava la pelle e intorpidiva i pensieri. Il viaggio per Villa Literno era un rituale silenzioso, un prologo quotidiano a una fatica perpetua. Quella stazione, a quell’ora, non era più soltanto un punto di transito, ma un mercato umano a cielo aperto. Sotto le luci fredde dei lampioni si consumava un commercio invisibile di sogni, fatiche e speranze; ogni viaggiatore portava in dote la propria merce preziosa: chi la pazienza di un’attesa infinita, chi la moneta logora di una dignità mai svenduta. I binari diventavano i banchi di questa fiera randagia, catalizzatori di volti e di scambi dove non si barattavano spezie o tessuti, ma frammenti di destini e schegge di futuro, in un crocevia d’incontri che profumava di terra bagnata e di coraggio.
Tra i volti assonnati e gli sguardi persi nel vuoto, c’era un uomo diverso dagli altri, da tutti quelli che affollavano la carrozza. Si chiamava Jonas, e la sua presenza era un ossimoro vivente. Malgrado la tuta da lavoro lorda di terra e le scarpe consumate, il suo contegno appariva fiero, come un albero secolare. I suoi lineamenti, scolpiti a fondo dal tempo e da una pena silenziosa, erano intagliati di una dignità regale. I suoi occhi, neri e penetranti, erano due finestre protese nella notte, che rimandavano alla profondità della sua anima. Nelle sue mani c’era sempre aperto un libro, diverso ogni giorno. Quella mattina era la volta di un testo di Solženicyn. In lingua originale. Un volume consunto e serbato come una reliquia. La sua tranquillità contrastava con il brusio sommesso e il malcelato malumore dei suoi compagni di viaggio. Ogni tanto sollevava lo sguardo dal libro, per controllare che i suoi colleghi avessero il biglietto a portata di mano, pronti ad esibirlo alla richiesta del controllore, o che assumessero un portamento corretto, ché bisogna stare composti, in qualunque circostanza.
Il treno si fermò alla stazione di Caserta. Salì il solito ragazzo, uno studente del conservatorio, con in spalla una custodia di violoncello grande quanto lui. Magrolino e un po’ spaesato, si muoveva insieme alla sua massa di riccioli biondi con una grazia inaspettata, malgrado l’ingombrante fardello: una corazza che custodiva il suo inestimabile tesoro. Era la sua ombra. Il suo strumento non lo lasciava mai. Sembrava quasi che lo seguisse, anche quando se ne staccava. Si sedette di fronte a Jonas, come di consueto. I suoi occhi, due stelle di vispa curiosità, a dispetto dell’ora, lo guardavano senza giudizio. “Scusa, ma perché leggi sempre?” gli chiese con schiettezza. La sua voce spezzò il silenzio di Jonas. L’uomo chiuse lentamente il libro, lo abbassò, lo pose sulle ginocchia e gli regalò un sorriso, come un fiore all’innamorata.
In una lingua che parlava con la puntualità di un orologio, Jonas gli raccontò la sua storia. Una storia di perdita e di speranza, di dolore e di riscatto. Nella sua Namibia era un professore di Storia e Filosofia, molto amato dagli studenti, la sua vita una ricerca continua di conoscenza e di bellezza. Poi, all’improvviso, nulla più. Una furia cieca aveva divorato il suo paese. La guerra gli aveva strappato tutto. E tutti. La moglie, un’anima dolce e fragile, e il figlio, che aveva gli stessi suoi occhi di pece. Erano stati strappati come le pagine finali di un romanzo d’amore. Di un altro figlio, il maggiore, non se ne seppe più niente, inghiottito dalle fauci di quella guerra civile. Jonas era stato costretto a scappare, pagando uno scafista con ciò che gli era rimasto, per impossessarsi di un posto su una barca che sarebbe diventata, per molti, una bara galleggiante. Non aveva potuto portare niente con sé. Tranne i suoi libri, le uniche cose care che gli erano rimaste.
Il viaggio verso l’Italia era stato un’odissea. Una battaglia contro il mare, il vento e il freddo. Una donna incinta, stanca e spossata, aveva dato alla luce un bambino già morto. Il suo corpo, un’ombra pallida, era stato gettato in mare: una sepoltura senza lacrime. Un uomo, più o meno dell’età di Jonas, donò anche il suo ultimo respiro per scaldare il figlio, stretto tra le sue braccia. Jonas sentì tutto il peso della sua vita, un macigno che lo schiacciava. Non sapeva più chi era, né cosa era diventato, e perché stesse lì. Vivo. Ma i suoi libri lo tenevano a galla, come salvagenti di speranza.
Giunto miracolosamente in Italia, la sua esistenza fu rinchiusa in un centro di primo soccorso. Jonas non sapeva neanche dove si trovasse. Dopo tre mesi di alienante solitudine, si sentiva smarrito, come quando era in balia delle onde, promesse amare di una vita che gli appariva, allora, come un miraggio. Prese una decisione che somigliava più ad un atto di disperazione che di coraggio. Scappò, in una notte solitaria che sembrava inghiottire, con il suo buio, tutto ciò che incontrava davanti a sé. Riuscì a raggiungere, sul far dell’alba, una stazione ferroviaria. La parola che a stento decifrò sull’insegna arrugginita gli rievocò un’eco dei suoi studi classici. Si affidò con tutte le residue forze a Kroton, mitico eroe greco ucciso per sbaglio dall’amico Eracle, perché lo facesse vivere quel tanto che bastava per vedere un’ultima volta il sorgere del sole. In quel freddo mattino, la città di Crotone gli offrì ospitalità su una carrozza di un treno, immobile sul binario, come un respiro sospeso. Quella scatola di metallo lo accolse senza protestare, e Jonas crollò in un sonno profondo. Al risveglio si trovò nel luogo più caotico che potesse immaginare, anche questo con un nome che rimandava ai suoi studi antichi. Napoli gli apparve dapprima come una madre accogliente, poi, come la vita spesso gli aveva dimostrato, un Giuda che ti inganna con il suo bacio. Due connazionali, già esperti nel loro mestiere, si impadronirono di ciò che rimaneva di lui e della sua vita. Promettendogli un’insperata libertà, lo condannarono ad una schiavitù ordinaria, perché da quelle parti, a Villa Literno, diventare servi di un padrone non era per nulla un evento straordinario.
A spese sue, ogni mattina, prendeva quel treno, quello delle 04.29, che trasportava lui e i suoi colleghi come arnesi da lavoro, per tentare di rendere produttive quelle terre aride, abbandonate da Dio. Qualunque Dio. Ammesso che ne esistesse uno.
A questo punto del racconto, Jonas si sfilò dal viso la maschera arcigna tenuta fino ad allora e mostrò al ragazzo uno sguardo diverso, più disteso. Per la prima volta i severi lineamenti del suo viso si stavano addolcendo, lentamente. Continuò dicendo che una mattina, come tante, avvenne un incontro casuale, il più impensato che potesse accadergli. Una donna, una signora di mezza età, di una bellezza discreta e misurata e dagli occhi gentili, lo vide da dietro il bancone del bar della stazione. Il suo sguardo si posò su di lui come una domanda silenziosa. Si sentì osservato a lungo. Poi le parole le uscirono, quasi un sussurro che si separava dal rumore della stazione: “Ti va un caffè?”. Non era solo un invito, ma una chiave per aprirgli una piccola sosta nel caos mattutino. Una chiave per nulla casuale. Jonas colse solo la semplicità di quel gesto, per trascorrere, in compagnia di una serena presenza, qualche minuto di dolce sollievo prima del duro compito a cui era destinato. La donna fu abile nel rivelare esclusivamente quell’aspetto, senza tradire le vere finalità di quell’approccio. D’altra parte, ci si deve avvalere del migliore elemento di cui dispone la Polizia di Stato per stanare gli schiavisti travestiti da datori di lavoro, senza far correre rischi alle vittime e a sé stessa.
Jonas raccontò che i giorni successivi la incontrava quasi sempre là, al triste bar della stazione, e quel fugace tempo di un caffè assumeva le tonalità allegre di una timida speranza che sentiva nascere in sé. Le mattine in cui non la trovava avevano il sapore di un’alba in bianco e nero. Pian piano diventò una confortante abitudine, quel caffè mattutino che, quando veniva bevuto in due, emanava un aroma un po’ più persistente, come se la sua tuta se ne impregnasse, rendendo meno amaro il resto della giornata. Era un po’ come portarsela con sé, nei campi. Con la professionale cautela di cui era dotata, la Sovrintendente Capo Dottoressa Cristina Lojacono, giorno dopo giorno, rendeva lo sguardo di Jonas e il breve tempo trascorso con lui sempre più disteso, come un cielo terso dopo un temporale. Lei fiutò il momento giusto per renderlo partecipe del piano organizzato da mesi, fatti di appostamenti, intercettazioni, pedinamenti, reticenze e rappresaglie. Durante uno di quei caffè, che gli lasciò per diversi giorni un retrogusto particolarmente sgradevole, gli svelò la sua vera identità, proponendogli di collaborare con lo Stato italiano per porre fine a quel commercio di anime. Jonas non mostrò particolare entusiasmo, ma non perché non volesse contribuire a quel programma. Non gli mancava certo il coraggio. Era perché temeva, o forse addirittura aveva capito, che per lui non ci sarebbero state più albe colorate. La sua etica lo richiamò al proprio dovere, come un maestro severo con il suo alunno preferito. Capì che la libertà non si conquista da soli, ma con gli altri e per gli altri. Accettò il ruolo di infiltrato che la Lojacono aveva intuito potesse portare a termine perfettamente. I microfoni e le microcamere nascosti nella sua tuta svolsero un lavoro egregio. In pochi giorni quei campi di sterminio, e gli schiavi che vi lavoravano, furono liberati dai loro aguzzini. Jonas fu inserito in uno SPRAR, che ne avrebbe favorito l’integrazione nel territorio come richiedente asilo, con progetti di inclusione sociale e lavorativa. La Sovrintendente si adoperò perché lui riuscisse a svolgere un’attività che somigliasse il più possibile al suo mestiere antico. Fu assunto in una cooperativa sociale con un progetto di alfabetizzazione per gli stranieri, che gli consentì di fare finalmente ciò che amava, semplicemente.
Il ragazzo, durante il racconto di Jonas, non parlò mai. Neanche dopo. Assaporò le sue parole, dalla prima all’ultima, in silenzio, con un desiderio sempre crescente di conoscere la vita “italiana” di Jonas, la sua seconda vita, che gli aveva permesso di mettere in salvo anche buona parte della prima. Arrivò alla sua fermata. Scese lentamente dal treno, con il violoncello, scivolando via come un’ombra nel silenzio del binario. Quel giorno, al conservatorio, il suo insegnante di strumento fu strabiliato dall’espressività e dalla perfezione tecnica con cui suonò: senza mai un’incertezza, mai una stonatura. Un giorno di armonia perfetta.
“Amore, svegliati, sono le 04.00, hai la solita mezz’ora scarsa per arrivare alla stazione.”
Jonas si alzò ben contento, a dispetto dell’ora antelucana e del sonno che ancora lo avvolgeva, come le lenzuola da cui tentava di districarsi. Il richiamo del caffè — ma soprattutto di quei tre minuti da dedicare a sua moglie, prima di uscire — era più forte di ogni cosa.
“Ma perché ti ostini a prendere quel treno, quando potresti tranquillamente prendere quello delle 05.29, e arrivare ugualmente puntuale a scuola?”
“Cristina, mi pare di averti detto almeno una dozzina di volte che non mi pesa arrivare in anticipo. Mi serve per concentrarmi, ripassare le lezioni, correggere i compiti e terminare di leggere i libri che non riesco a finire sul treno delle 04.29. Ma soprattutto mi fa bene percorrere il tragitto con i miei compagni di viaggio e di vita, e condividere con loro il sapore dell’alba a colori.”
La Sovrintendente Capo gli fece cenno di abbassare la voce, ché i bimbi dormivano ancora nella loro cameretta. Però le piaceva tanto sentirla, quella voce. Era sempre convinta, ferma, mai autoritaria. Chi gli stava intorno, nessuno escluso, neanche gli sconosciuti, non poteva fare a meno di subirne il fascino.
Come era successo anche a lei, nelle fredde mattine di alcuni anni prima, davanti a un fumante caffè.

© Tutti i diritti riservati. Il testo è stato pubblicato su questo sito su concessione dell’Autore a seguito del concorso “Nessun genere di confine”. È severamente vietata la riproduzione, la modifica, la distribuzione o qualsiasi altro utilizzo del testo, totale o parziale, senza il previo consenso scritto dell’Autore.

Manuela Caviglia

SOGNI DI CONFINE

Erano partiti presto quella mattina.
Sul carro tutto ciò che avevano.
I piccoli e la mamma si erano messi sul secondo carro; il viaggio sarebbe stato lungo.
Nicolò, il più grande, doveva badare ai suoi due fratelli, mentre Antonia, la loro madre, sgranava il rosario mormorando parole incomprensibili, forse anche a se stessa.
Alla guida Gerolamo e Angelo, i due fratelli che avevano deciso di lasciare le alture di Arenzano, dove per secoli avevano vangato e seminato, raccolto olive e castagne e badato alla conduzione delle terre degli ormai emigrati a Gibilterra marchesi Rapalli.
Da questi nobili, i poveracci insediati sui loro possedimenti avevano preso il soprannome: “Rapalli” e solo quello era il loro patrimonio.
La bonifica della piana di Albenga, distante da loro più di sessanta chilometri era la loro unica occasione.
Alcuni parenti nella seconda metà dell’Ottocento vi si erano già stabiliti.
La vita era dura, bisognava dissodare e bonificare le terre appartenute alle famiglie nobili del posto che le avevano ricevute come riserve di caccia dai vari re a cui avevano reso i servigi, ma che ormai non sapevano che farsene.
L’unico loro scopo era venderle ad un prezzo ragionevole a delle povere anime le quali, dopo essersi spaccate la schiena per renderle coltivabili, avrebbero potuto esaudire il loro desiderio atavico di possedere la terra.

I tempi erano cambiati, l’industria correva veloce e i campi vicino alle città della costa ligure dovevano essere convertiti in fabbriche.
Nacquero cantieri navali e cartiere, molti contadini vennero espropriati e a tanti vicino a Genova videro l’opportunità di stabilirsi nella piana di Albenga, che allora di piana aveva solo il fatto che fosse a livello del mare.
Per il resto era coperta di boschi, paludi e terreni insalubri.
La città era limitata all’impianto medioevale all’interno delle mura e la maggior parte degli edifici al di fuori erano conventi e monasteri.
Di terra ve ne era in abbondanza e con le tecniche agricole dei contadini del genovesato, non conosciute nella piana, si sarebbe potuto creare un futuro per tante anime senza dimora.
Gerolamo e Angelo avevano braccia forti , figli maschi e buone mogli devote.
Antonia, la moglie del primo, sapeva anche leggere e fare di conto e aveva già dato alla luce tre figli e un quarto era in arrivo. Quelle braccia future erano un’ottima benedizione.
Angelo invece aveva avuto un unico figlio maschio Giovanni Battista di ventisei anni ormai, in età da sposarsi e naturalmente era stato promesso a una sua cugina già residente ad Albenga, Antonia Calcagno.
A quei tempi i matrimoni tra cugini non venivano più visti di buon occhio, ma si poteva ingannare il prete se si portava un cognome diverso.
Appena arrivati i due si sarebbero conosciuti e di lì a poco diventati marito e moglie.
Ci si sposava la mattina, una breve benedizione e nel pomeriggio si andava già nei campi a lavorare.
Gli uomini naturalmente.
Le donne stavano a casa a cucinare, badare ai figli e agli animali.
Antonia pregava, come le avevano insegnato, la Madonna e il Bambino di Praga, venerato nel suo piccolo paesino, i santi Nazario e Celso e il Signore Gesù Cristo.
Pregava e pensava alla terra che avevano lasciato, una terra non loro, dura e aspra come la terra di tutta la Liguria.
Per generazioni l’avevano coltivata accontentandosi della sopravvivenza, ora qualcuno era andato a lavorare alla cartiera o ai cantieri navali, ma loro erano contadini nell’animo, dentro il loro sangue scorreva la polvere della terra.
Da alcuni anni vi era iniziata la guerra per l’acqua.
La si doveva dare a Genova e alle fabbriche.
I contadini si dovevano accontentare di quella che avanzava. E non era mai abbastanza.
Ad Albenga dicevano, l’acqua scorre a fiumi; basta scavare e la trovi.
Lì puoi comprare finalmente la tua terra e tracciare i tuoi confini e nessuno ti potrà mandare via da casa tua.
Quante lotte aveva visto tra chi valicava i confini dell’altro; pastori contro contadini; pescatori contro industriali, soldati contro soldati.
Dovranno pur esserci dei confini buoni.
Dove ognuno rispetta le proprietà dell’altro.
I confini non dovevano sempre essere causa di lotte e guerre.
Vi erano confini buoni, Antonia ne era certa, dove i vicini coltivavano insieme, cantavano e pregavano, gli uni insieme agli altri.
Nessuno avrebbe invaso quelli altrui se non per bersi una bottiglia di vino sotto l’ombra di un fico.
Era il 1895, quasi iniziava un nuovo secolo e con lui una nuova vita per lei e per i suoi bambini, Nicolò, Benedetto e Giuseppe.
Il quarto sarebbe nato ad Albenga in primavera, quindi tra un paio di mesi.
Era gennaio quel giorno, faceva freddo, ma non avevano altra scelta se non partire.
Avrebbero dovuto lasciare le loro terre l’anno prima, ma i nuovi proprietari erano stati clementi e avevano dato loro il tempo di andare ad Albenga e cercare un’abitazione prima di potersene costruire una tutta loro.
Era vicina a un rio e con l’acqua del canale avrebbero potuto irrigare la terra che i due fratelli avevano già preso in affitto e che poi speravano un giorno di poter riscattare.
Antonia non era andata, era rimasta a casa con i bambini e la sorella Nicoletta.
Ora invece su quei due carri vi erano due famiglie, al completo.
Fecero una sosta, i bambini avevano fame.
Nicolò aveva sette anni, Benedetto cinque e Giuseppe tre, ma avevano già l’aria da adulti.
Con i loro vestiti logori  scesero dal carro che si era fermato a trenta chilometri dalla partenza e iniziarono a rosicchiare un tozzo di pane secco e un piccolo pezzo di formaggio. L’ultimo che aveva dato loro la Gina, l’unica mucca che potevano permettersi.
L’avevano venduta e con il ricavato contavano quanto prima di comprarsene un’altra e vendere il latte.
Vi erano già altre famiglie di Arenzano trapiantate ad Albenga e le loro famiglie non sarebbero state le uniche emigrate.
I Rossi, i Vigo, gli Anselmo, i Delfino, i Calcagno, i Damonte; molti di loro erano lì da anni.
Avevano tanta terra e iniziato già ad acquistarne degli appezzamenti.
Finita la pausa, sotto un tiepido sole di metà gennaio era ora di riprendere il cammino e passata Savona, gli restavano ancora una quarantina di chilometri.
I cavalli erano robusti e sarebbero stati utili come manna dal cielo nella loro nuova vita.
Mentre il carro ballonzolava, Benedetto, il più grande dei suoi figli, si avvicinò alla madre

“Màààà! Quantu manca?”

Tutti parlavano il dialetto ligure, l’italiano era pressoché sconosciuto tra i contadini.

“Pocu, pocu. Fà u bravu!”.

Così poche parole si facevano in famiglia, si era stanchi e pieni di pensieri, sempre.
L’abitudine alle troppe parole è una virtù tutta moderna. Allora il fiato lo si risparmiava tra i contadini.
I bambini crescevano senza porsi domande e i grandi erano sempre troppo stanchi per avere risposte.
La strada era incantevole. Si costeggiava il mare, barche di pescatori all’orizzonte e un infinito silenzio invernale.
Stretta nello scialle, Antonia mise un’altra coperta sui suoi bambini più piccoli che si erano addormentati e strinse a se’ Benedetto.
Gli accarezzava i capelli e già li immaginava, lui e i suoi fratelli ormai grandi a coltivare tanta terra insieme.
La vedeva: appezzamenti di carciofi, asparagi, zucchine e pomodori; frutteti di pesche e fichi alternati a vigneti e a campi di patate.
Vedeva tra un campo e l’altro spuntare dal terreno dei piccoli massi; i “termini” che segnavano i confini tra le loro proprietà e quelle di altri come loro.
Ci si scambierà il cavallo o il bue, si metterà in comune l’aratro e l’asino. Si condivideranno le varie sementi e se il vicino avrà finito le patate, noi gli daremo ciò che gli serve per finire l’inverno.

Ora è passato più di un secolo e i confini che sognava Antonia sono diventati i miei, ma non ho più la forza né la passione per mantenerli.
La piana tanto desiderata in questi anni ha iniziato un lento declino.
Terreni abbandonati, all’asta, pignorati.
Suolo cementificato e uno dei più alti tassi di tumori in Italia per i pesticidi utilizzati.
La piana esiste ancora perché persone con la pelle più scura di quella di Antonia e i suoi figli, lavora e vive lì ed è grazie a loro se l’agricoltura continua a sopravvivere.
Sì, sopravvive alle multinazionali, alle regole assurde di un mercato spietato e all’abbandono progressivo; chissà per quanto.
Anche io me ne sono andata.
Conservo quel terreno, ma non lo coltivo più.

Forse non esistono confini buoni.

n.d.a.

Antonia Vallarino avrà sei figli : Nicolò, Benedetto, Giuseppe, Agostino, Angelo e Luigi.
Compreranno la terra e costruiranno due case.
Il più piccolo, Luigi, era mio nonno.
In quella terra che comprarono, ancora oggi, pianto le sue sementi e raccolgo i suoi agrumi.
I “termini” sono ancora lì, nel punto esatto dove lui, suo padre e i suoi fratelli li hanno piantati.
Meglio chiamarli termini e mai confini, perché dove termini tu, termina anche l’altro e si è più uguali.

© Tutti i diritti riservati. Il testo è stato pubblicato su questo sito su concessione dell’Autore a seguito del concorso “Nessun genere di confine”. È severamente vietata la riproduzione, la modifica, la distribuzione o qualsiasi altro utilizzo del testo, totale o parziale, senza il previo consenso scritto dell’Autore.

Cristina Vignotto

L’ACCORDO SEGRETO

L’Abbazia di San Grato non era nata per accogliere, ma per resistere al tempo. Fondata nel 1014, restava lì come una sentinella di pietra arenaria. Era sospesa nel punto in cui Valchiusa sfuma nelle fitte nebbie della Riserva del Canneto. Le sue mura non erano semplice roccia, ma spugne millenarie che bevevano i silenzi della palude, restituendo un profumo malinconico: un soffio di nebbia e vita selvatica, l’aroma antico della polvere che si fa memoria.

In quel ventre di roccia, l’unica cosa che pareva tenere insieme i pezzi era il rigore di Enea, un uomo di settant’anni. Viveva l’Abbazia come una trincea contro il disfacimento, con dita consumate dalla trementina e dalla colla di pesce. Ogni mattina, prima che la nebbia si alzasse dai canneti, combatteva la sua battaglia contro la ruggine del ferro.

Il suo altare era un gran coda di fine Ottocento. Un mostro di ebano e acciaio che l’umidità cercava di ferire ogni notte, gonfiando i feltri e allentando la tensione delle corde. Per Enea, quel pianoforte era l’ultimo confine tra la civiltà e il caos. “Se il Do non è un Do, il mondo crolla,” ripeteva ai ragazzi della comunità. Quei giovani con occhi bassi lo guardavano come un pezzo di antiquariato inutile, senza sapere che in quel legno risiedeva l’anima dell’artigiano.

Enea curava quel corpo come un medico devoto. Sollevare il coperchio di ebano era per lui un rito sacro: ammirava la ghisa della piastra, una gabbia dorata che sosteneva tonnellate di pressione. Regolava i tasti con la precisione di un orologiaio cieco, sapendo che se il martelletto non ricadeva nell’attimo esatto del tocco, il suono nasceva morto. E lui non poteva permettere che il silenzio vincesse.

Mia arrivò su un furgone che sputava fumo nero, carica di registratori e una visione del mondo che per Enea era un’eresia. Non cercava la melodia; cercava l’emozione pura del rumore. Per lei, la musica non era chiusa in un pentagramma, ma era un flusso costante, come l’acqua della palude.

— Questo posto è una cassa di risonanza perfetta, — disse lei il primo giorno. — Sente come vibrano queste bifore? Il vento suona questo monastero da mille anni e lei non l’ha mai ascoltato perché è troppo impegnato a lucidare gli ottoni. Enea non alzò lo sguardo. — La libertà senza regole è solo rumore, signorina. — La regola è solo un muro che avete costruito perché avete paura del vuoto, — rispose lei, posando i suoi attrezzi proprio sopra il coperchio lucido del pianoforte, come a sfidare quel tempio di ordine.

Una sera, mentre la pioggia picchiava dura contro i vetri delle bifore, Mia accese i suoi monitor. Il refettorio fu inondato da una luce blu elettrica che faceva sembrare le pietre del 1014 ancora più fredde. — Senti questo, — disse a Enea, passandogli un paio di cuffie professionali. Enea esitò, poi le indossò. Non era Bach. Non era Mozart. Era il suono del metallo che si contraeva per il freddo, mescolato al battito ritmico di un macchinario industriale. — È rumore di fabbrica, — commentò lui, disgustato. — No, — ribatté Mia con un lampo negli occhi. —

È il ritmo del mondo in cui vivono questi ragazzi. È il suono della sopravvivenza. Lei cerca di proteggerli con la musica del passato, ma loro hanno bisogno di qualcosa che urli insieme a loro. Il suo pianoforte è perfetto, Enea, ma è muto. Non dice nulla della rabbia di Samuel o della solitudine di chi è stato dimenticato. Enea si tolse le cuffie come se scottassero. Per la prima volta, la sua certezza nel “Do perfetto” vacillò. Guardò il gran coda nell’ombra: sembrava un gigante addormentato che aspettava solo il permesso di gridare.
La crisi scoppiò in un pomeriggio di pioggia battente. Enea trovò Mia china sulle corde del gran coda: stava incastrando bulloni zincati tra le corde medie e appoggiando monete sulla tavola armonica. — State distruggendo un capolavoro! — urlò Enea. Mia sorrise, calma. — Lo sto liberando, Enea. Sto trasformando la sua scatola d’ordine in un paesaggio. Sentite.

Premette un tasto grave. Il suono non fu una nota tonda, ma un rimbombo metallico, profondo, che pareva nascere dalle radici più oscure della terra. Poi un tasto acuto produsse un fruscio etereo, simile al battito d’ali di un airone che si leva leggero dal fango della palude.

— La tavola armonica è l’anima del pianoforte, — protestò Enea con voce rotta. — È abete rosso tagliato seguendo la luna. Se lei ci appoggia sopra quella ferraglia, è come se mettesse la mano sulla gola di un tenore. — Voglio sentire la fatica che fa il legno a restare vivo in questo monastero fradicio, — rispose Mia. — La bellezza nasce dalla ferita, non dalla perfezione. Fuori c’è il fango, dentro c’è il dolore di questi ragazzi. Perché il pianoforte dovrebbe mentire?

Samuel, diciotto anni e un passato di silenzi forzati, osservava tutto dall’ombra. Il ragazzo non aveva sempre taciuto. Da bambino, nella periferia della sua città, cantava sempre. La vita era diventata troppo rumorosa e aveva deciso che il silenzio era l’unica corazza sicura. All’Abbazia, si muoveva come un fantasma, pulendo i pavimenti e fissando il vuoto.

Ma quel pomeriggio, mentre Enea e Mia discutevano, Samuel vide il pianoforte smontato. Vide i tasti nudi e i martelletti esposti. Sembravano denti. Si avvicinò allo strumento e, con una timidezza che pareva una preghiera, sfiorò una corda preparata. La vibrazione gli risalì lungo il braccio, dritta al petto. Era un dolore familiare, ma trasformato in frequenza. Il suono che ne uscì fu un lamento strozzato: era la voce di quello che Samuel non aveva mai avuto il coraggio di dire.

Enea vide le lacrime del ragazzo e sentì qualcosa cedere dentro di sé. Capì che il legno è vivo proprio perché sa piegarsi. L’anziano capì che non stava solo riparando uno strumento, ma stava costruendo un ponte per un’anima isolata. Allora, con un gesto che era una resa e insieme un inizio, si immerse con Mia nel meccanismo segreto dello strumento. Insieme a Samuel, iniziarono a “sporcare” la meccanica: inserirono frammenti di carta di riso e scaglie di corteccia tra i feltri. Il pianoforte non era più un mobile; era diventato il cuore pulsante dell’Abbazia. Enea guardò le sue mani sporche di grafite: per la prima volta, non voleva cancellare i difetti. Li stava trasformando in musica.

Una notte uscirono nella Riserva del Canneto. Enea indossò le cuffie e, guidato da Mia, ascoltò per la prima volta il respiro dello stagno: una musica segreta fatta di acqua e vita nascosta nel buio. Da quella notte, tutto cambiò. Enea tese dei fili sottili dalle corde del pianoforte fino ai rami dei pioppi nel chiostro. Quando il vento di Valchiusa soffiava forte, gli alberi muovevano le corde e il pianoforte iniziava a cantare da solo. Era un suono dolce e suggestivo: il legno dello strumento tornava finalmente a parlare con il bosco vivo.

Il mattino del concerto, l’aria nella Riserva era immobile, carica di elettricità. Enea controllò per l’ultima volta i fili. Erano quasi invisibili, come ragnatele tese tra l’arte e la natura. Entrò nel refettorio e trovò Mia che fissava lo strumento immerso nel silenzio. Non c’erano spartiti. — Ha paura? — le chiese Enea. — No, ho solo voglia di sentire cos’ha da dire il vento oggi — rispose lei senza voltarsi.

Samuel arrivò indossando una camicia pulita, sereno, le mani che non tremavano più. Si sedette accanto allo strumento come un custode. Enea gli posò una mano sulla spalla. Non servivano parole. Il “confine” era crollato, e al suo posto c’era uno spazio aperto, dove la musica non doveva più essere perfetta per essere vera.

Il giorno del festival, l’Abbazia aprì le porte. Il pubblico trovò un organismo vivente. Mia era al pianoforte, ma era il vento a guidare le risonanze. Samuel era lì, a sfregare le corde con un archetto, estraendo suoni che parevano sospiri.

Il suono che invase il refettorio non aveva genere. Era antico come le pietre del 1014 e moderno come il dolore del presente. Enea sedeva in prima fila, non più come custode della regola, ma come parte integrante di quel paesaggio. Guardò Samuel sorridere a Mia e capì che ogni nota, anche la più scordata, ha un suo posto nell’universo.

Quando l’ultima vibrazione si spense, non c’era più confine tra l’uomo, il legno e l’orizzonte immenso e silenzioso. C’era solo il respiro lento di una terra che, per un istante, aveva smesso di aver paura della propria fragilità.

© Tutti i diritti riservati. Il testo è stato pubblicato su questo sito su concessione dell’Autore a seguito del concorso “Nessun genere di confine”. È severamente vietata la riproduzione, la modifica, la distribuzione o qualsiasi altro utilizzo del testo, totale o parziale, senza il previo consenso scritto dell’Autore.

Gianluca Giommoni

LA RISACCA DEL BLUES:
UN FRAMMENTO DALLA NOTTE DI RIMINI

(SCENA INIZIALE – NOTTE. Lungomare di Rimini. Il rumore del mare è una pulsazione bassa e costante, quasi un lamento primordiale.)
(VOCE FUORI CAMPO, profonda, grave, con una risonanza che sembra venire da un tempo lontano, una voce che ha conosciuto imperi e rovine.)
VOCE FUORI CAMPO
Era il 3 settembre dell’anno di grazia 1983. Un’ora esatta, di quelle che si imprimono nella memoria non per una ragione logica, ma per l’ombra che gettano sull’anima. Le 22:18. La costa adriatica, quella sera, era una strana arena. Le luci dei lampioni, gialle e fioche, cercavano di squarciare il velluto della notte, ma riuscivano solo a rivelare squarci di un’umanità errante. Macchine, fantasmi di acciaio e fumo, sfilavano. Donne, figure mute di desiderio e solitudine, attendevano ai margini della luce. Uomini venuti da terre lontane, con le loro mercanzie stese su teli consumati, sembravano i custodi di segreti antichi, persi nel frastuono moderno.
Le panchine. Erano occupate. Da anziani. Quei vecchi, reduci di cene frugali e orari da caserma, sedevano come statue di sale, scolpite dalla routine e dal crepuscolo. Avevano finito di cenare in pensioncine dove il tempo non aveva valore, se non quello di scandire l’attesa.
Poi, una panchina. Vuota. Quasi. Vi sedeva un uomo. Nero. Un’ombra nell’ombra. Il suo viso, un intrico di linee e volumi, raccontava storie di chilometri percorsi e battaglie silenziose. La sua chitarra, una reliquia, un osso spolpato dal tempo, era tenuta insieme da uno spago. Un vile, indomito spago. Nessuno osava avvicinarsi. La sua aura, forse, era troppo densa, troppo vera. Troppo umana.
Eppure, in quel volto, c’era un’eco. Un’eco di qualcosa di vasto, di potente, di già visto sotto cieli molto diversi. Feci pochi passi, poi l’imperativo. Quel richiamo irrazionale che precede le grandi rivelazioni. Tornai indietro.
Sedetti accanto a lui. L’aria attorno a lui portava il sentore del fumo, del sudore, della fatica. Ma era un odore onesto, un odore di terra e di vento. “Richie Havens?” La mia voce, un sussurro nel ruggito del mare.
Un sorriso. Un sorriso che era un taglio nel volto, ma che illuminava gli occhi. Occhi che avevano visto troppo, forse, o forse non abbastanza. Occhi velati da un’ombra di malinconia, o forse, semplicemente, dalla nebbia dell’esistenza. Annuì. Sì. Era lui. Il bardo di una generazione perduta, trovato su una panchina di Rimini.
“Allora, maestro,” dissi, estraendo dalla mia tasca dei pantaloni le mie bacchette, umili strumenti di una passione imperscrutabile, “allora, la musica deve nascere.”
E nacque. Dalla chitarra sventrata, dalle sue mani che sembravano danzare su fili invisibili, scaturì Goin’ back to my roots. Non era musica. Era una pulsazione tellurica. Un ritmo primordiale che afferrava il petto e lo scuoteva. Io, con un cestino dei rifiuti, mi unii alla cadenza, battendo un tempo che risuonava nelle ossa.
E poi, l’imprevisto, il magico caos. Un africano, abbandonate le sue umili mercanzie, afferrò un djembe. Tedeschi, con chitarre d’acciaio, emersero dalle ombre. Un distinto signore, con la voce di un coro angelico, si aggiunse. Due donne olandesi, come divinità nordiche, si unirono al lamento. Eravamo un’orchestra. Una sinfonia di razze, lingue, storie, tutte fuse in un unico, glorioso crescendo.
(La musica cresce, avvolgendo ogni rumore del lungomare, fino a diventare l’unico suono udibile. Immagini frammentate di volti che sorridono, occhi che si incontrano, mani che battono il tempo.)

VOCE FUORI CAMPO
Non so quanto durò. Il tempo si piegò, si distese, divenne irrilevante. La musica si nutriva di sé stessa, della nostra energia, di ogni respiro. Quando il finale, quasi inaspettato, arrivò, eravamo madidi, esausti, ma traboccanti di una strana, profonda gioia. Ci abbracciammo. Estranei, uniti da un rito antico.
Lo accompagnai alla stazione. Il cammino fu silenzioso, un silenzio che custodiva la sacralità di ciò che era stato. I sorrisi, muti, erano sufficienti. Lui salì su quel treno, una silhouette che si allontanava verso l’ignoto.
Quella notte, la musica non fu solo un suono. Fu un ponte. Una terra comune, senza frontiere né bandiere, dove l’unica lingua era il battito del cuore. E per un istante, fugace eppure eterno, l’uomo non fu più solo.
(SCENA FINALE – NOTTE. I binari vuoti. Il rumore del mare è tornato, più solitario che mai. Una sola luce tremola in lontananza, prima di spegnersi.)

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Naira Bulli

OLTRE I CONFINI DI ME STESSA

Mi chiamo Naira ed ho quasi 12 anni, sono nata in Ecuador e mi sono trasferita a Firenze quando avevo 3 anni. La mia vita è con la mia famiglia, ma spesso passo molto tempo anche con i miei amici. Ho tre grandi passioni: il piano forte, è il mio amico più grande, quasi tutti i giorni vado da lui. Un’altra è la danza, con lei tutto mi sembra libero e spensierato, mi aiuta sempre quando sento di dover sfogare le mie emozioni, l’altra è la scrittura, con lei riesco sempre a liberarmi, a esprimermi…è un’ottima ascoltatrice. La mia passione per la musica la condivido con mio fratello Juan Diego, che mi accompagna con la batteria, lo amo tantissimo.
Un pomeriggio tornai da scuola stanca, veramente stanca, pranzai e dopo mi sdraiai sul letto. Avevo un pensiero, un grande pensiero in testa: perché mi chiamavo Naira? Presa dalla curiosità, lo andai a chiedere alla mamma, lei mi disse: “ti ho chiamato così perché l’ho sognato, ma non me lo sono inventato, il tuo nome significa “bambina dagli occhi grandi”, in lingua andina”.
Ero sorpresa, proprio non lo sapevo. Tutta la sera continuavo a chiedermi il perché “bambina dagli occhi grandi” se gli occhi grandi proprio non ce li avevo! Mi addormentai con questo pensiero in testa, ma dopo poco riaprì gli occhi, non ero più nel mio letto! Ero in un treno con tante persone, stavamo passando davanti a montagne e accanto a noi correvano cavalli liberi, era stupendo il paesaggio. Non capivo dove ero. Dopo pochi istanti il treno fece: “tuu-tuu”, stavamo per fermarci.
Da lontano scorsi un cartello con scritto: “fermata sconsigliata”, “sono troppo curiosa per non scendere”, pensai dentro di me. Quando scesi, vidi che la città era circondata da nebbia fitta, tanto da non capire dove andavo. Un brivido mi percorse la schiena, la città era deserta, nessuna anima viva. A un certo punto vidi passare davanti a me un’ombra, velocemente. Eccone un’altra, e un’altra ancora. Avevo la sensazione che qualcuno mi stava spiando e io non lo sapevo. Il vento ululava, facendomi sobbalzare ogni secondo.
Ho sempre avuto una grande paura a rimanere da sola. Quando meno me l’aspettavo, davanti a me, apparve un’altissima ombra, urlai! Cominciai a scappare più veloce che potevo, ma sentivo che l’ombra stava seguendo le mie orme. Continuavo a correre, ma senza sapere dove. In lontananza vidi che stava arrivando un treno, la mia salvezza. Si fermò proprio quando quell’ombra mi sfiorò. Quando salì sul treno, avevo il fiatone, ero sopraffatta dalla paura. Dormii ore, avevo corso tantissimo!
Giusto quando mi svegliai ci fermammo a una fermata che diceva: “fermata rallegrata”. Qui nulla poteva andare storto, fermata rallegrata sembra sicuro. Così scesi. Per fortuna in questa piccola città ci sono persone, e non ombre. Qua le persone erano allegre: i bambini andavano a spasso con i loro cagnolini, le vecchiette riunite chiacchieravano sulle panchine…tutto allegro e vivace. Ero felice di essere al sicuro, così entrai in un bar. Sembravano tutti cosi simpatici, il barista, il signore che beveva il caffè, i bambini, tutti quanti scherzavano insieme. Ero affascinata da tutti quei grandi sorrisi. Mi contagiarono, per le strade salterellavo e sorridevo a tutti i passanti. Mi infilai in tutte le viuzze e stradine, tutte piene di fiori colorati che donavano allegria a chi passava per di li. Sarei rimasta lì per sempre, in mezzo a tanta felicità, si stava bene, molto bene.
Avevo camminato tanto, così mi sedetti su una panchina, chiusi un attimo gli occhi ma…ero di nuovo sul treno!. “E ora dove andrò?” – mi chiesi. Sta volta il viaggio fu lunghissimo. Non eravamo più dispersi in mezzo alle montagne, ma in grandi prati, ricoperti da alti girasoli. A poco a poco vedevo comparire qualche casetta sparsa, fino ad arrivare…a un tunnel. Pensavo di veder comparire una città, invece vidi un tunnel!
Avevo passato una città paurosa, perciò potevo superare anche questa, pensai dentro di me. Così, come ci si può immaginare, scesi. Quando fui davanti al tunnel non si vedeva troppo bene, c’era solo un piccolo bagliore che sembrava che volesse indicarmi la strada. Camminai un po’, tra sassi e piantine cresciute sulla parete accanto a me, fino a che il mio istinto mi disse di alzare la testa. Lo feci e vidi un cartello appeso in alto con disegnato la croce di Gesù. Vedendo quel disegno, sentii il mio cuore che vibrava. Continuai a camminare pensando al perché di quel cartello e al perché il mio cuore continuava a vibrare sempre di più.
Camminando non mi ero accorta che ero arrivata davanti a due figure strane. Quando alzai gli occhi e le vidi feci un balzo. Erano un mago e una strega che vietavano l’accesso al un grande portone con maniglie oro luccicanti. Quel portone sembrava importante. Il mago aveva la barba lunga e bianca e aveva un sorriso molto finto, così come la strega, a sedere su una scopa, anche lei faceva quel sorriso finto che decisi di chiamare “sorrisorrendo”. Sembravano non voler far passare nessuno, perché quando provai ad avvicinarmi, loro vennero verso di me arrabbiati. Capii il loro scopo perché vidi una prigione lì accanto, mi volevano metterci dentro.
Non volevo scappare via, ero curiosa di sapere cosa c’era dietro quell’importante portone, così cercai di combatterli, mi scansai, corsi su e in giù, insomma cercai di difendermi. Loro erano fortissimi, più volte rischiai di essere catturata. A un certo punto sentii dentro di me, una forza che non avevo mai sentito in vita mia, che mi fece combatterli con più volontà, così con qualche mossa che mi inventai lì per lì, riuscii a legare insieme, con una corda che avevo trovato in terra, la strega e il mago! Si dimenavano, ma con la mia forza interiore riuscii a mettere loro nella prigione.
Con il cuore in gola aprii l’importante portone, che emanava una luce fortissima, mi accecava. Era tutto buio, ma quando il portone si richiuse dietro di me, un bagliore si accese, mostrandomi momenti in cui ero riuscita a stare vicino al cuore: “mamma scusa, mi dispiace per prima, non volevo trattarti male”, “babbo, mi dispiace per averti risposto male, scusa, non so perché mi è uscito, ma ora ti dico che mi dispiace e che ti voglio bene”, e così via. Mi commossi, avevo trovato la parte più sensibile di me. Capii che avevo lottato contro il male. Chiusi gli occhi, mi scese una lacrima. Quando gli riaprii per asciugarmeli, ero nel mio letto, sembrava tutto normale, ma niente traccia della mia lacrima. Sapevo che anche se tutto era stato un sogno, era davvero così.
Finalmente capii perché mi chiamavo Naira: avevo guardato dentro di me con i miei occhi grandi, oltre i confini degli occhi fisici.

© Tutti i diritti riservati. Il testo è stato pubblicato su questo sito su concessione dell’Autore a seguito del concorso “Nessun genere di confine”. È severamente vietata la riproduzione, la modifica, la distribuzione o qualsiasi altro utilizzo del testo, totale o parziale, senza il previo consenso scritto dell’Autore.

Proposte giornaliere

Anche chi non fa parte della carovana potrà sperimentare almeno per un giorno questo modo di vivere il festival, aderendo ad una o più delle proposte giornaliere sotto descritte. Quelli proposti sono itinerari adatti anche alle famiglie.

Mercoledì 17 Luglio

con la Carovana al Laghetto di Asqua – Moggiona

Ritrovo: ore 14:00 Punto Informazioni di Camaldoli e Spostamento con le macchine sulla strada di Asqua.

Escursione: La linea Gotica – La Rota incontro con La Carovana – Laghetto di Asqua con Miriam Bardini.

Lunghezza 4 Km Dislivello 100 m

Spostamento con le auto a Moggiona

Ore 19:00 Concerto a Moggiona di Luca Mauceri e Donato Cedrone

 

Giovedì 18 Luglio

con la Carovana a Serravalle e Camaldoli

Ritrovo: ore 14:00 presso il Punto Informazioni di Camaldoli e spostamento con le auto a Serravalle.

Escursione Serravalle – Camaldoli, incontro con la Carovana e con Monaco del Monastero – Tappa artistica al Castagno Miraglia con Miriam Bardini – Serravalle.

Lunghezza 5 Km Dislivello 100 m

ore 21:00 Concerto a Serravalle di Giovanni Vannoni

Venerdì 19 Luglio

con la Carovana al Fosso di Acquafredda e Fosso del Puntone – Badia Prataglia              

Ritrovo ore 9:00 Punto Informazioni di Badia Prataglia

Escursione: Badia Prataglia – Fosso di Acquafredda Incontro con La Carovana – loc. Capanno – Buca delle fate – Campo dell’Agio. Tappe artistiche con Miriam Bardini e Luca Mauceri, laboratori di land art con Martina Botta e Nicola Doni

Lunghezza 10 Km Dislivello 300 m

Ora 21:00 Concerto del Duo Gelli Cuseri presso la Pieve di Santa Maria Assunta

Sabato 20 Luglio

con la Carovana a Corezzo – Passo Serra – Biforco

Ritrovo: ore 9:00 a Corezzo

Corezzo – Sentiero 00 (incontro con la carovana) – Passo Serra – Serra di Sopra – Biforco con tappa artistica di Luca Mauceri e Miriam Bardini

Lunghezza 12,5 Km Dislivello 390 m

ore 18:30 Concerto a Corezzo di Davide Scagno

Per aderire alle proposte giornaliere è obbligatorio prenotare scrivendo a prenotazioni@orostoscana.it o chiamando al 370 1318284.

La quota delle uscite giornaliere è di 15 euro a persona. La partecipazione ai concerti del festival è gratuita. Ogni serata sarà possibile usufruire, a proprie spese, della cena proposta dalla proloco del borgo (vedi il link ad ogni concerto per informazioni sulle eventuali prenotazioni).

Scheda di viaggio

Luogo di inizio e fine del trekking: Pratovecchio, Piazza Jacopo Landino
– Partenza alle ore 9 di mercoledì 17 luglio e rientro alle 17.30 di domenica 21.
– Possibilità di aggregarsi anche dalla mattina di venerdì 19, arrivando con mezzi propri a Serravalle entro le ore 9.

Quota di partecipazione individuale:
– quota intera (5 giorni/4 notti): € 522;
– quota ridotta (3 giorni/2 notti): € 299.

– La quota intera comprende: 4 pernottamenti (in appartamento a Moggiona, in rifugio gestito a Badia Prataglia, in struttura religiosa a Serravalle e Corezzo), 4 colazioni, 5 pranzi al sacco e 4 cene per tutta la durata del cammino. Acqua ai pasti. 1 guida ambientale per tutta la durata del soggiorno. Noleggio e-bike e guida per il rientro da Partina a Pratovecchio. Assicurazione annullamento. Iva e servizio.
– La quota ridotta comprende tutto quanto incluso nella quota intera tranne i pasti, i pernottamenti e i servizi precedenti a venerdì 19 ore 9.

Le quote non comprendono: trasporto da e per Pratovecchio, eventuali tasse di soggiorno; extra e quanto non espressamente indicato

Può essere considerato un trekking di media difficoltà: richiede un certo spirito di adattamento e la voglia di una vacanza diversa, camminando immersi nella natura e attraversando piccole località.

Le tappe giornaliere, descritte singolarmente negli appositi riquadri, sono lunghe circa 15 km e i dislivelli positivi sono intorno ai 500 m, tranne il primo giorno in cui sono previsti circa 750 m. Il cammino si svolge prevalentemente su sentieri ufficiali, carrarecce e strade.

Lungo il percorso sono previsti incontri, letture e tappe artistiche e saranno effettuate delle riprese al fine della realizzazione di un documentario sull’esperienza. Staremo sul sentiero dalle 7 alle 9 ore al giorno (soste incluse). Lo zaino va portato sulle spalle lungo tutto il tragitto, tranne il tratto in bici per il rientro finale da Partina a Pratovecchio, in cui potremo affidarlo a una navetta.

La ricettività è sempre confortevole ma talvolta spartana, le camere e il bagno sono sempre in condivisione fra più persone. Chi non fosse abituato a questo tipo di esperienza deve mettere in conto che può rappresentare una certa sfida personale.

Il programma e il tipo di esperienza proposta non sono adatti a consentire la partecipazione di animali e bambini.